“Storie di verde” è la nuova rubrica di urbano/rurale. Un viaggio tra luoghi noti e angoli nascosti, fuori e dentro la città di Napoli, a cavallo tra passato e presente. Prima tappa: il Real Orto Botanico di Napoli, in via Foria 223.

Il Real Giardino delle Piante
Celebre per la sua grandiosità – è tra i maggiori d’Europa – spuntò a partire dal 1615 quando si creò un vivaio sul progetto di riforma del viceré Conte di Lemos. Il progetto però non fu realizzato. L’idea di completare l’impresa venne nel 1796 a Ferdinando IV di Borbone, che affidò il progetto al cavalier Pinelli e all’architetto Francesco Maresca, ma la rivoluzione del 1799, con la sua fuga a Palermo, gli impedì di realizzarla. Così a fondare l’Orto Botanico, nel 1807, fu il re di Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, che affidò la realizzazione del Reale Giardino delle Piante a Federico Corrado Dehnhardt sotto la direzione di Michele Tenore.
La struttura sorse su terreni confiscati ai religiosi di Santa Maria della Pace e all’Ospedale della Cava. Fu destinato alla istruzione pubblica, alla produzione delle erbe salutari, all’ agricoltura e all’industria. Collaborarono gli architetti de Fazio e Paoletti. Nel 25 marzo 1810 fu nominato direttore Michele Tenore, che operò in maniera innovativa. Durante le due guerre mondiali l’attività dell’Orto rallentò. Il ferro fu donato alla patria, si moltiplicarono gli spazi per avere legumi, patate e grano per sfamare la popolazione che fu accolta entro la struttura. Le bombe causarono ingenti danni, ma più gravi ancora furono quelli causati dalle truppe alleate che s’insediarono nell’area, con preziosi terreni destinati a parcheggio dei pesanti camion militari. La resurrezione avvenne durante la direzione di Aldo Merola, dal 1963 al 1980. In questo periodo si costruì un grande complesso di serre e venne realizzata una nuova rete idrica (fino a quel momento l’acqua si prelevava da un pozzo).

Piante preistoriche ed esotiche
In un edificio del Seicento l’Orto ospita il Museo di Paleobotanica ed Etnobotanica, sistemato da Guglielmo Gasparrini. Comprende due sezioni. Nella prima sono esposti reperti fossili che testimoniano l’evoluzione delle piante terrestri dal Siluriano (400 milioni di anni fa) a oggi. La seconda sezione presenta oggetti in materiale vegetale provenienti da Messico, Brasile (Amazzonia), Sumatra e Filippine.
L’Orto dei Semplici
Quest’area dedicata alle piante officinali e alle erbe aromatiche è un trattato, dal vivo, di storia della medicina erboristica. E’ possibile scoprire le proprietà curative e gli usi tradizionali di numerose erbe e piante. Attraverso percorsi a tema si migliorano le vostre conoscenze nel campo della medicina naturale.
Percorso per non vedenti e piante bibliche
Vicino alla Sezione sperimentale delle piante officinali è stato allestito un percorso per ipovedenti e non vedenti del Giardino giapponese, del Giardino medievale e del divertente Giardino biblico che raccoglie le specie citate nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Sono esenti da discipline particolari l’arboreto, la collezione di bulbose, tuberose e rizomatose, e il vivaio.

Tutti i numeri dell’eccellenza
Oggi l’Orto Botanico occupa una superficie di quasi dodici ettari e ha una raccolta di novemila specie per un totale di quasi 25.000 esemplari ben ordinati. Si susseguono una vasca per le piante acquatiche e zone ecologiche denominate deserto, spiaggia, torbiera, roccaglia, macchia mediterranea. Le erbe officinali hanno una sezione sperimentale.
I Patriarchi hanno più di un secolo di vita
Nell’Orto sono 25 i così detti Patriarchi, grandi alberi in vita da oltre un secolo. Sono come libri in cui leggere la storia millenaria della flora terrestre; vengono da boschi e terre lontane, hanno forme e tinte diverse. Alcuni sono stati dedicati a sovrani e a eroi. Si segnalano il Ginkgo biloba o albero dai frutti d’argento, la Parrotia persica, albero pagoda, la Melaleuca styphelioides dalla corteccia di carta, la palma messicana, il cipresso di Montezuma, il Chorisia, l’albero orchidea, il pino indiano dalle lunghe foglie.

La più antica la donò Carolina Murat
Tra il campo aperto e i 5.000 metri quadrati delle Serre Califano, sono conservati 540 esemplari di 104 gruppi diversi. L’esemplare più longevo dovrebbe essere una Cycas revoluta donata nel 1813 da Maria Carolina Bonaparte, consorte di Gioacchino Murat. Ma altre sono davvero uniche, come la Microcycas calocoma che cresce solo sull’isola di Cuba.

La meraviglia della biodiversità
Nei 12 ettari dell’Orto si può traversare il deserto, inoltrarsi nella giungla centroamericana, entrare in una galleria del tempo che si è fermata quasi trecento milioni di anni fa, nel mondo primitivo delle cicadine (Cycadales). Queste piante sono sopravvissute a catastrofi naturali e alla competizione con le Angiosperme, piante oggi maggioritarie sul nostro pianeta. Alcune di queste specie erano sconosciute, sono state descritte per la prima volta nell’Orto partenopeo e sono dedicate ai botanici come l’Encephalartus delucanus. Notevole una collezione di un centinaio delle 750 specie del genere Tillandsia che vivono su rami degli alberi o altri supporti e riescono a procurarsi l’acqua dall’aria, grazie a straordinari adattamenti delle foglie.
Il Deserto delle Succulente
In un’area dell’Orto sono stati ricreati gli ambienti aridi per accogliere le succulente. Si chiama il Deserto ed è la parte meglio e più esposta al sole. Un sistema che blocca il ristagno dell’acqua piovana poi favorisce grandi esemplari di forma sferica di cuscino della suocera (Echinocactus grusonii) o la Testa di vecchio, protetta da una lanugine bianca simile a una chioma.

L’unico tempio privo di colore
Il bel tempio barocco di Santa Maria alle Croci, in via Veterinaria vicino all’Orto Botanico, è l’unico a Napoli essere del tutto privo di colore, essendo stato costruito e poi ristrutturato nel rispetto delle regole della Povertà dei Riformati. Fu chiamato così perché sui bordi della vicina via Foria vennero poste delle croci per ammonire i passanti sulle difficoltà della salita.

“Aprile, ti ricordi? Stavi con noi su quel muretto di giardino a Santa Maria degli Angioli alle Croci, seduto come noi all’orientale, un ginocchio o una caviglia in mano, fra i cocci di bottiglia inoffensivi. Ti ricordi, Aprile? Dal vicino Orto Botanico ci raggiungevano anche odori più veloci, l’assiduo respiro dei grandi alberi, l’affanno di una terra solerte e vigorosa: maschi aromi che parevano colpi di sferza alla tenue brezza meridiana e che ci riscossero.” (Giuseppe Marotta)
Fare teatro in mezzo al verde
All’interno della struttura operano La Scena Sensibile, rassegna di teatro per le giovani generazioni, e Fiabe d’autunno, teatro per grandi e bambini, spettatori dei vari percorsi teatrali proposti dal progetto stabile ideato dall’Associazione “I Teatrini” e dall’Università Federico II, per la direzione artistica di Giovanna Facciolo e l’organizzazione generale di Luigi Marsano.
Il Labirinto della memoria
Vale la pena di addentrarsi in un magico labirinto, il felceto dell’Orto Botanico dove, secondo la leggenda, è possibile ritrovare nomi smarriti. In questo scenario sono rappresentate alcune recite, come quella di Alice nel paese delle meraviglie.

Anche le alghe tifano Napoli
Pure le alghe studiate nei laboratori dell’Orto Botanico tifano per il Napoli. Quelle su cui lavora in laboratorio la professoressa Simona Carfagna, ricercatrice del Dipartimento di biologia, dopo un trattamento diventano azzurre e, oltre ogni suggestione, dello stesso azzurro delle maglie del Napoli. Pure la scienza prende posto in curva.
Un mirto per Giulia Cecchettin
Il 23 novembre 2023, giorno della Festa dell’albero, nell’Orto è stato piantato un albero di mirto e osservato un minuto di silenzio in memoria di Giulia Cecchettin, la laureanda trucidata dal fidanzato. Gli studenti hanno abbracciato le piante tutt’attorno. Il mirto evoca il nome di Myrsìne una fanciulla attica uccisa secondo la leggenda da un giovane da lei vinto nei giochi ginnici e poi trasformata in arbusto dalla dea Atena. Simbolo di pace, purezza e amore, il mirto di Giulia esprimerà per sempre la condanna di tutti i femminicidi.

Di fronte un altro polmone verde
In via Foria 254, proprio di fronte all’ingresso dell’Orto Botanico, c’è un palazzo progettato dal grande architetto del Settecento Pompeo Schiattarelli, che custodisce uno dei vivai più antichi di Napoli, cui si accede da una piccola scala, fiancheggiata da due busti d’argilla. E’ il vivaio Calvanese, un polmone verde nel centro della città, erede dello stabilimento botanico Calabrese, fondato da Francesco Saverio Calabrese nel 1864 e reso famoso dal figlio del fondatore, Francesco Paolo, e dalla moglie tedesca Rita Stern. Le serre dismesse sono nove. Spicca un’antica coffee house che accoglieva il riposo dei nobili e ha visto passare Eduardo De Filippo e Pupella Maggio. Oggi è il piccolo studio d’arte contemporanea di Antonella Raio che, col proprietario Giuseppe Calvanese, tenta di far convivere arte e natura. In giro, una folta colonia di gatti. Intatto è lo studio di Rita Stern, pieno di dipinti, vecchi vinili, targhe, souvenir, ricami, foto di famiglia e di luoghi scomparsi. Merito della Stern anche le tante riggiole poste nel giardino, tutte con proverbi e aforismi a tema botanico. Spicca la frase “Noi giardinieri siamo gli ultimi romantici”.
Il terribile segreto delle monache
A due passi dall’Orto Botanico, in via Giuseppe Piazzi 55, nascosto nell’antico Palazzo Caracciolo del Sole c’è il meraviglioso Giardino di Babuk, valorizzato dal professore Gennaro Oliviero. Al centro s’innalza un faggio del Trecento. Una ventina di gatti spadroneggiano fra alberi di limoni e fiori, e Babuk è proprio il nome di uno dei mici. Una turpe leggenda colloca in questa terra neonati partoriti dalle suore del Convento dei Saponari violentati dai soldati francesi nel 1799. In un portico naturale continua a sbiadirsi un affresco di fine Seicento. Si ospitano conferenze ed eventi.
Quattro caverne, un grande mistero
Un cancello alla fine del Giardino di Babuk, arrugginito, conduce a un altro luogo di mistero, a quattro caverne collegate da stretti cunicoli che formavano da tempo remoto un’unica cisterna. Le cavità furono usate come ricovero antiaereo. Sulle pareti graffiti e tracce di antichissimi dipinti raffiguranti salamandre, tritoni e altre bestie magiche. Sulle scale, nicchie vuote. Era diventata una discarica, ora ripulita.
“Foria si allontanava verso le grigie profondità dell’Orto Botanico e, sembrava, verso un Giardino ancora più grande; come un viaggiatore troppo stanco delle meraviglie del mattino, dei canti del giorno e della triste dolcezza della sera, per non desiderare ormai altro che un cammino anonimo e privo del più tenue ricordo.” (Anna Maria Ortese, 1948)
