Il Vallone San Rocco: un mondo di biodiversità, a cinque minuti dal caos cittadino

Francesca Saturnino, 23 Febbraio 2026

Agristorie

Per fare una gita fuori porta, a Napoli, basta prendere la metropolitana collinare. Questa è la filosofia di Francesco Riccio, giovane ornitologo di Miano, laureato in Scienze naturali, che svolge attività di ricerca in ambito ambientale e monitoraggio di specie animali ‘bioindicatrici’, ovvero che, con la loro presenza, assenza e distribuzione sul territorio, ci indicano la qualità dell’ambiente circostante.

Scarpe da trekking, abbigliamento mimetico, macchina fotografica e binocolo alla mano, lo incontriamo nel Vallone San Rocco, area nord di Napoli, proprio sotto il ponte della metropolitana.

«Venire in questi luoghi mi affascina, oltre che da naturalista e ricercatore, come uomo. È come passeggiare con l’animo da bambino che ti spinge sempre oltre, verso la scoperta di posti nuovi: un anfratto, una grotta, un sentiero. Questo posto mi trasmette un senso di scoperta quotidiana costante, che mi fa capire quanto io sia piccolo anche all’interno di una città come Napoli».

Il Vallone fa parte del Parco Metropolitano delle Colline Napoli, un territorio di origine vulcanica che, nel tempo, ha registrato diverse attività di natura antropica profondamente impattanti sul paesaggio e sulla sua biodiversità.

Fortunatamente le specie animali e vegetali riescono a riadattarsi. Sono riuscite a ripopolare la zona, soprattutto per quanto riguarda l’avifauna. Molte di queste specie fanno spostamenti medio lunghi, così riescono ad alimentarsi e foraggiarsi anche su altri territori.

Camminiamo tra alberi di castagno, edera, alte felci. Nascosti da una fitta vegetazione, s’intravedono gli ingressi delle enormi cave di tufo che caratterizzano tutta la zona. In una di queste cave Francesco racconta di avere avvistato recentemente un barbagianni.

Una specie molto affascinante dal punto di vista ecologico e etologico. Osservare un barbagianni è molto difficile. Ha un piumaggio particolarissimo. In quanto predatore notturno ha necessità di essere silenzioso: il suo battito d’ali è impercettibile.

Francesco viene nel Vallone da poco tempo, l’ha scoperto tramite un amico naturalista.

Io sono di Miano, conosco a memoria la parte bassa di Capodimonte, mentre il Vallone lo conoscevo solo attraverso Google Maps. Sono bastate due passeggiate per ritrovare una carcassa di ghiro, un barbagianni, un allocco, una poiana, cose che per me sono routine ma che fanno effetto. La potenza degli animali mi colpisce sempre: se ne fregano dell’uomo e si adattano, vivono lo stesso.

Nel corso delle sue passeggiate, Francesco ha avuto modo di approntare una checklist di circa cinquanta specie.

Ce ne sono alcune interessanti perché trattasi di specie protette su scala nazionale. Con una consistente popolazione riescono a caratterizzare l’area.

Abbiamo rapaci notturni e diurni, picchi, numerose specie di passeriformi.

Oltre al numero di specie, anche la diversità tra i vari gruppi tassonomici ci indica le successioni ecologiche e il rapporto che c’è tra il mondo biotico o abiotico, in uno scambio mutualistico. Le specie presenti in quest’ambiente sono molto comuni, le troveresti in qualsiasi ambiente boschivo urbano a ridosso di quartieri o centri fortemente antropizzati.

 Il dato eccezionale è proprio questo: ci sono tanti animali, soprattutto uccelli, nonostante il paesaggio sia inghiottito dal cemento e dalla congestione del traffico cittadino, a due passi da un quartiere popolosissimo della città di Napoli.

Camminare nel Vallone riserva ogni volta sorprese. Francesco ci racconta con entusiasmo della gioia di avvistare un barbagianni, un allocco, un gheppio, una poiana. Può capitare frequentemente di ritrovare tracce della loro presenza e del loro passaggio: piume, penne, carcasse, ad esempio quella di un ghiro, specie molto rara in ambiente antropizzato.

La trovai in un’area in cui molto probabilmente c’erano anche altri uccelli predati da uno sparviero. Osservando queste tracce indirette possiamo capire la ricchezza della biodiversità in questo territorio. Bisogna solo saperla apprezzare.

La checklist di specie animali è lunga, anche se nel Vallone San Rocco non sono stati effettuati studi naturalistici specifici.

Possiamo fare riferimento ai pochi lavori svolti nell’area del Bosco di Capodimonte o del Parco dei Camaldoli che per affinità ambientali e contiguità ecologica rispecchiano la fauna presente anche nel Vallone.

Condurre degli studi di natura scientifica permetterebbe di diffondere i dati sull’area.

Queste informazioni potrebbero tradursi in segnaletica sul territorio con descrizioni, visite guidate didattiche per le scuole. Di materiale ce n’è. Bisognerebbe strutturare un progetto di ricerca per studiare fauna e flora tutto l’anno e quindi includere anche le migrazioni.

Francesco considera la questione della divulgazione un punto cruciale.

La finalità di un progetto di ricerca non è solo finalizzare lo studio alla ricerca di nuove specie o ripopolare questi territori, ma anche divulgare questi dati così da far sviluppare tutta una serie di meccanismi di indotti collaterali.

L’idea è quella di mettere a sistema questa zona. Francesco non ha dubbi sul fatto che organizzare la fruizione di queste aree potrebbe creare un indotto, anche economico, non indifferente, attraverso la promozione di un turismo ambientale e sostenibile, con la creazione di nuovi sentieri e la manutenzione di quelli esistenti, da percorrere a piedi o in bicicletta, la proposta di attività, guidate o libere, di birdwatching.

Le persone sono stressate e preoccupate. La meraviglia di questi territori sta nel fatto che, a meno di cinque minuti dal traffico e dall’oppressione del centro città, ci troviamo in un’area verde dove regna la pace, dove diverse specie animali riescono serenamente convivere con l’uomo che fino ad ora gli ha fatto solo torti. La loro bellezza sta nella generosità che hanno nei nostri confronti: nonostante la nostra insolenza, continuano il loro percorso evoluzionistico. Questa è una grande lezione di vita per l’uomo. Il mio consiglio per chiunque, appassionato ricercatore come me o semplice cittadino, è quello di armarsi di binocolo e macchina fotografica e passeggiare lungo questi affascinanti sentieri. Sicuramente le sorprese non tarderanno ad arrivare.

Francesca Saturnino, classe 1987, è critico teatrale, giornalista, insegnante. Scrive su quotidiani nazionali e riviste (Il manifesto, Il Mattino, Doppiozero, Espresso Napoletano). La sua  passione sono le interviste, per scovare storie, personaggi, luoghi desueti e raccontarli mantenendone viva la memoria.

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