Non sempre ci si fa caso ma Napoli è circondata da un’estesa cintura verde. Da Pianura ai Camaldoli, a Capodimonte, c’è un unico corridoio ecologico di circa duemila ettari che racchiude tutta la corona nord della città e che, dal 2003 – anno della sua istituzione -, prende il nome di Parco Metropolitano delle Colline di Napoli. Questo corridoio verde include anche la Selva di Chiaiano.
Il fitto bosco di castagni e le masserie storiche che vi si trovano rappresentano un ricco esempio di biodiversità e valori rurali a ridosso del centro abitato della terza città d’Italia; la presenza di ampie cave di tufo di origine vulcanica, utilizzate fin dagli antichi romani, raccontano la storia della città Napoli.
La storia più recente della Selva è legata, purtroppo, alla triste vicenda dell’emergenza rifiuti in Campania del 2007 e alla realizzazione della discarica di Chiaiano, una ferita ancora aperta nel cuore del Parco Metropolitano delle Colline.
Su questo luogo Mauro Forte e Massimo Di Dato, architetti napoletani, hanno molto da raccontare. Dal 2005 al 2010 circa diedero vita a ‘Silva Mater’, un progetto per la Selva di Chiaiano. Li incontriamo una domenica mattina. L’aria è tersa; nella Selva, a parte qualche aereo di passaggio, regna un pacifico silenzio. Ci incamminiamo per i sentieri, tra rovi, alberi di castagno e cave di tufo. Massimo comincia a raccontare.
Stiamo parlando di una zona che, sulla superficie di Napoli ha una sua importanza. È rimasta sostanzialmente estranea all’aggressione edilizia e alla speculazione degli anni ’80. È un’area caratterizzata da una grande produzione agricola, soprattutto alberi di castagno e ciliegio. Negli anni ’50 – ‘60 si è inserita l’attività di estrazione di tufo che ha poi compromesso l’attività agricola. Di quest’area ci siamo interessati prima ancora del progetto. Il nucleo degli architetti che vi hanno collaborato proveniva da esperienze di militanza politica d’intervento sul territorio, partecipazione e urbanistica. Io sono del Vomero. Mauro Forte è di Capodimonte e anche gli altri colleghi sono originari di zone non lontane da qui.
Nel 2005 l’INU – Istituto Nazionale di Urbanistica – e il WWF indissero un concorso nazionale di progettazione partecipata e comunicativa. Individuarono otto aree in tutta Italia per il recupero di zone urbane naturali, improntato a principi di sostenibilità ambientale e partecipazione.
In Campania fu scelto il Parco delle Colline, l’area della Selva. Quando è uscito il concorso, abbiamo pensato di mettere a frutto tutte le conoscenze acquisite nel tempo trascorso qui a parlare con le persone, a stare nelle scuole, con i contadini, a osservare l’area. Questa è stata la marcia in più che ci ha fatto vincere. La nostra azione andava ben al di là del concorso. Abbiamo investito moltissimo in questo progetto, per il piacere e la speranza di attuare le nostre idee di partecipazione urbana e recupero ambientale.
La prima fase prevedeva un percorso di partecipazione volto alla redazione del progetto attraverso l’attivazione di laboratori con i cittadini, affinchè non fosse un processo calato dall’alto ma riuscisse a far emergere le reali istanze dell’area e le richieste dei suoi potenziali fruitori.
Dopo aver conosciuto l’area e aver fatto parlare gli stakeholder – i portatori d’interesse -, il progetto metteva in campo azioni che tendevano progressivamente a rendere fruibile l’area da un punto di vista ludico-ricreativo, affinchè la popolazione la conoscesse.
Questo processo partecipativo ha portato all’ideazione di un percorso di sentieri e degli accessi alla Selva, nonchè alla redazione di uno ‘Statuto dei luoghi’, un documento che identificava i valori ambientali, architettonici, naturalistici dell’area, una sorta di patto tra cittadini e istituzioni per preservare tali valori e promuovere uno sviluppo sostenibile del territorio.
Abbiamo vinto il concorso nel 2006. Da qui una fase di specifiche progettuali sui singoli aspetti, poi terminata con la redazione di un PUA – Piano Urbanistico Attuativo – approvato dall’amministrazione, che recepiva alcuni degli interventi proposti.
Tra gli interventi proposti dal progetto, i più importanti riguardavano la creazione di due accessi, dalla zona del Tirone e da quella del Cimitero di Chiaiano, che avevano anche la funzione di presidiare il territorio rispetto agli sversamenti illegali di rifiuti e di facilitare il riavvicinamento dei cittadini alla Selva. Di Dato e Forte ci raccontano di come nel tempo questi avessero perso il contatto con l’area, ormai abitata da pochi coltivatori e interessata da attività di sversamenti abusivi ed estrazione, perdurati per anni, con conseguenti importanti sconvolgimenti ambientali. Il nucleo di questo processo era porre rimedio alle attività illegali, rilanciando le attività agricole e la partecipazione dei cittadini. Da questo punto di vista gli accessi e i sentieri proposti si configuravano come ‘direttrici di penetrazione’.
Non agivamo a tappeto. Si identificavano i collegamenti con il tessuto urbano – attività sportive, di commercializzazione dei prodotti agricoli locali – e da lì si poteva far partire dei percorsi riqualificati. Man mano, con la frequentazione di questi percorsi, si creava confidenza e interesse da parte dei cittadini.
Questo significava restituire ai cittadini e, perché no, ai turisti, la possibilità di godere dell’area, nel rispetto dei suoi valori agricoli e naturalistici, senza ‘consumare’ il bene naturale.
Una rete di sentieri creerebbe un turismo differente da quello del centro storico. Il Parco avrebbe avuto due grossi tipi di utenza: gli abitanti dell’area di Napoli e un turismo che poteva andare oltre la città, grazie ai percorsi naturalistici, sportivi, spettacolari. Il progetto prevedeva di convogliare le aree sorgive con un piccolo bacino, per attività di nuoto e canottaggio, concerti e spettacoli. Un turismo molto differenziato.
Le cave di tufo della Selva sono di due tipologie: ‘a fossa’ e ‘a parete’. Alcune appartengono a società private che, a partire dagli anni ’80, terminate le attività estrattive, le hanno acquistate per realizzarvi attività di stoccaggio di materiale di scarto. Le cave di proprietà comunale sono quelle cui facevano riferimento i progetti di recupero; proprio le cave in cui in passato si era maggiormente concentrata l’attività di estrazione, in cui l’azione antropica ha modificato l’assetto naturale creando una ‘seconda natura’: specchi d’acqua e ambienti lacustri dove gli uccelli si fermano a bere.
Dunque la Selva, in relazione alla sua prima e ‘seconda natura’, si presterebbe molto bene ad attività di svago, sportive, culturali e agricole: passeggiate a piedi o a cavallo, attività di trekking e arrampicata sportiva, visite alle masserie storiche e alle cave, attività didattiche e laboratorio di biodiversità per le scuole. Sarebbe, inoltre, possibile creare anche punti vendita dei prodotti locali.
C’è un bosco ceduo di castagno che viene tagliato una volta ogni sette anni.
Il progetto di Massimo e Mauro prevedeva anche l’utilizzo di materiali locali, tufo e legno di castagno, per la realizzazione dei sentieri e la sistemazione dei versanti; infine il coinvolgimento di artisti per creare installazioni site-specific ispirate alla natura, opere d’ingegneria naturalistica e di recupero a chilometro zero.
Forte e Di Dato sono convinti, inoltre, che l’attività che può meglio preservare il Parco è l’agricoltura.
La creazione dell’Ente Parco aveva suscitato speranze nei produttori della zona. Da un lato i progetti non sono andati avanti, dall’altro la discarica non ha facilitato di certo la vendita dei prodotti locali, qualitativamente importanti. Fin quando a un’area così importante non dai una destinazione d’uso naturale, questa resta potenzialmente disponibile a qualunque tipo di emergenza. E’ un’area grigia nella quale ci si può mettere la qualunque.
Dopo l’approvazione del Piano Urbanistico Attuativo, sia questo che il Progetto ‘Silva Mater’ sono rimasti sulla carta, e l’Ente Parco commissariato.
C’è una grande frustrazione per questo. La speranza è che, essendo un progetto solido, nato da una conoscenza del territorio, possa ripartire. Abbiamo lavorato a questo progetto per dieci anni. Oltre a una grande occasione di formazione, è stata una delle poche opportunità in cui siamo riusciti coniugare passione e lavoro. Siamo sicuri che non sia finito. Si tratta di preservare quest’area per le prossime generazioni. Il progetto è vivo e tuttora realizzabile perché ha radici profonde e una lunga strada davanti.
Bastano pochi passi nella Selva per rendersi conto di quanto sia vero.







