Luoghi e radici #02: i Camaldoli

Staff Agritettura, 17 Gennaio 2026

Napoli Rurale

I Camaldoli: un eremo e un bosco sul monte Prospetto

Il secondo incontro della rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura” è dedicato al punto più alto della città: i Camaldoli, quota 475 metri sul livello del mare. “Non credevo che a Napoli ci fossero le montagne”, ci dicono gli amici arrivando in aereo dal nord e vedendo tutte le alture presenti in città. Certo, definirle montagne è una parola un po’ grossa, ma Napoli è sicuramente una città stretta tra mare e colline di origine vulcanica. I Camaldoli, infatti, sono l’estrema propaggine dei Campi Flegrei: una collina di tufo giallo napoletano che divide il supervulcano omonimo dalla piana Campana.

La collina dei Camaldoli    

La collina dei Camaldoli appartiene geologicamente all’area vulcanica del terzo periodo dei Campi Flegrei. Il basamento di tufo giallo napoletano risale ad un periodo eruttivo compreso tra i 10.000 e i 12.000 anni fa.

Dal 1981 l’area dei Camaldoli è compresa nell’omonimo parco urbano del Comune di Napoli, di circa 100 ettari, a sua volta contenuto nel più ampio Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, istituito dalla Regione Campania nel 2004, che comprende circa un quinto della città di Napoli.

Nel bosco si possono trovare più di 40 ecosistemi, in cui prevalgono i castagni. La diffusione del castagneto è localizzata principalmente nelle aree esposte a nord o nelle vallate dove è presente maggiore ombreggiamento e umidità. Le aree esposte a mezzogiorno presentano la crescita del leccio, la caratteristica quercia sempreverde del mediterraneo. Il bosco comunque è misto e si possono trovare: aceri, ornielli (bianchi e neri), carpini, roverelle.

Tuttavia il parco dei Camaldoli è chiuso ormai dal 2023, in attesa che il finanziamento della Città Metropolitana di Napoli, destinato alla sua riqualificazione, restituisca finalmente il polmone verde alla città, come auspicato anche dall’associazione Agrifoglio, che dal 2007 promuove l’educazione ambientale in un’area verde all’interno del parco.

Il castagno

Pare che i castagni (Castanea sativa) siano presenti in Italia già dall’ultima glaciazione. L’origine antropica è di incerta datazione; l’introduzione del castagno risale infatti a tempi molto remoti grazie alle favorevoli condizioni dei suoli di origine vulcanica e del clima mediterraneo. Già i greci e i romani, ma principalmente i monaci durante il Medioevo, cominciarono a sfruttare i boschi e a coltivarli ad uso antropico.

Quello dei Camaldoli è, infatti, un bosco ceduo, in cui cioè gli alberi di castagno sono stati piantati dall’uomo e coltivati in maniera da massimizzarne la crescita e dunque la produttività, così da avere più legna a disposizione per uso edile, per l’agricoltura, per l’artigianato e, non per ultimo, per l’utilizzo delle castagne come alimento. Oggi il castagno è spesso utilizzato per opere di ingegneria naturalistica, grazie alla resistenza e al lento deterioramento del suo legno.

Il sottobosco

Il sottobosco di castagno ricco di humus permette la crescita di molte piante erbacee, arboricole e arbustive.  E’ caratterizzato da arbusti come pungitopo, ginestra, sambuco; tra le piante di macchia mediterranea risaltano ranuncoli, pervinca anemoni, ciclamini.

In autunno il sottobosco si colora con la fioritura dei ciclamini selvatici (Cyclamen neapolitanum). Anch’esso pare abbia origini antichissime e che lo conoscessero già gli antichi greci e romani, che spesso lo associavano sia a rituali sacri che di guarigione. Simbolo di timidezza e riservatezza nei regali assume il significato di discrezione e rispetto. Alcune leggende lo ritengano protettore dagli spiriti maligni, portafortuna e prosperità.

Il pungitopo (Ruscus aculeatus) è un arbusto sempreverde in cui quelle che sembrano essere foglie non sono altro che cladodi, fusti trasformati, della stessa funzione e con forma appiattita e appuntita. Alla base dei cladodi in primavera sbocciano dei piccoli fiorellini verdi da cui nascono delle bacche che nel periodo natalizio arrossano, così amate per adornare la casa durante le feste. II pungitopo è una pianta dioica: sessi diversi su piante diverse. Quelle le bacche sono esclusivamente femmine, la cui specie è protetta in molte regioni quindi non può essere raccolta.

L’utilizzo benaugurante della pianta non è legato strettamente alla festività cristiana del Natale ma è precedente. I latini utilizzavano come dono il pungitopo durante i Saturnalia, feste di fine anno solare dedicate al dio Saturno, che cadevano tra il 17 e il 23 dicembre; ed ecco come un simbolo pagano diventa cristiano continuando ad essere un’icona di fecondità e abbondanza. Il nome comune, pungitopo, invece, sembra derivi dal fatto che veniva messo nelle derrate alimentari perché la sua forma appuntita e pungente tenesse lontano i topi.

Un Monte chiamato Prospetto      

Il nome deriva dalla vista che si ha: un’apertura che consente di abbracciare con lo sguardo Napoli e i Campi Flegrei e ancora, nelle giornate incredibilmente terse, addirittura la Terra di Lavoro sino a Gaeta e parte della campagna romana, una montagna “che era esposta sopra un piano d’onde l’occhio spaziando dominava le sottoposte contrade, il mare, i monti lontani” scrive Nobile. Insomma, una sorta di magico fondale che lanciava a vele spiegate la fantasia di pittori e paesaggisti o di romantici sognatori di amori anelati e monaci assorti nella contemplazione della magnificenza del creato.

All’origine della storia sacra del luogo c’è un fatto leggendario avvenuto nel IV secolo d.c.:  una notte una nera nube si alzò sulla montagna, potenti raffiche di vento, fulmini e violente grandinate squassavano gli alberi del selvaggio bosco senza posa. I pochi uomini che vi abitavano e le vigne da loro coltivate stavano per essere completamente distrutte, quando d’improvviso si fece strada con fierezza un uomo pio, a cui tutti quei pochi, pur disperando, chiedevano a gran voce di intercedere per loro presso il Padreterno. Egli si avvicinò alla piana nel suo punto più alto e siglò il luogo con il sigillo del Crocifisso, benedicendo tutti gli abitanti nel nome di Cristo. Non appena quel monte fu sigillato con il braccio della Croce, la grandine cessò, il cielo divenne silenzioso e la tempesta si allontanò. Il sant’uomo si chiamava Gaudioso ed era un nobile napoletano divenuto vescovo di Salerno. Secondo altre fonti si trattava di San Gaudioso di Bitinia, venuto nel 493 in Napoli per sfuggire alle persecuzioni anticristiane del vandalo Genserico.

Dal monte Prospetto a New York

Ad ogni modo fu quel fatto all’origine della costruzione di una chiesetta intitolata al Santissimo Salvatore, posta in posizione panoramica sulla cima del colle che tanto richiamava l’episodio della Trasfigurazione del Cristo sul monte Tabor, episodio evangelico a cui pure fu dedicato quell’originario santuario.

Trascorsi sei secoli, un antico documento del 1158 racconta di un chierico del convento di San Lorenzo Maggiore, Mario, al quale il duca Gualterio concesse la chiesa del San Salvatore “que dicitur ad aspectum”, denominazione che nonostante la storpiatura lascia pochi dubbi sulla sua ubicazione sul Monte Prospetto. Né si tratta dell’ultima modifica del nome, perché in un documento di compravendita di epoca sveva del 1228 il luogo è denominato “ad Dispectum”.

E conviene non stranirsene, specie se pensiamo al fatto che un piccolo pezzo della storia di questo luogo e della sua chiesa finisce addirittura a New York: nel 1420 infatti un pittore marchigiano, Petrus de Dominicus De Monte Pulitiano, dipinge per la nostra chiesa un rame che raffigura una Madonna con bambino e angeli su fondo oro dalla raffinatissima granitura fabrianesca che i descrittori delle bellezze della città ammirano entusiasti. Scomparsa al tempo presente, la ritroviamo oggi al Metropolitan Museum di New York, con la cornice prodigiosamente ancora intatta che ben mostra la sua firma vergata in rutilante gotica dorata.

Un eremo di uomini bianchi fondato da un eletto del Seggio del Popolo

Una fortunata congiuntura porta a Napoli, nel 1585, gli Eremiti camaldolesi del Monte Corona, in cerca di un posto tranquillo e isolato come richiede la loro missione spirituale, a contatto con un nobile signore, tale Giambattista Crispo, che possedeva svariate moggia di terreno nel villaggio di Nazareth, attiguo al Monte Prospetto. Costui era un giureconsulto che aveva anche ottenuto la carica di capitano del Seggio del Popolo in Napoli e aveva accomodato la sua vicina villa a Nazareth con panchine, fontane e un laghetto in cui, a quanto pare, usava dilettarsi con una piccola barchetta.

Il Crispo donò ai padri eremiti la piccola chiesa del Salvatore nel frattempo diroccata assieme a un’ampia area della sua proprietà che servisse per l’erigendo monastero, divenuto nel giro di pochi anni una concreta realtà grazie alle donazioni del nobile Carlo Caracciolo e di Don Giovanni d’Avalos che, approssimandosi alla morte, vi elargì uno considerevole lascito.

In breve il convento si compose, con la sala del capitolo, la biblioteca, l’infermeria, la foresteria e gli ambienti di servizio. Conformemente alla Piccola regola lasciata dal fondatore dei camaldolesi, San Romualdo, per preservare l’isolamento di ciascuno furono erette celle indipendenti, disposte come ancora oggi vediamo in doppia fila. Ogni cella constava di due ambienti e di un oratorio domestico ed era distanziata dalla successiva da un pezzo di terreno diviso in due aree in cui il monaco in una parte coltivava fiori, verdure e ortaggi da mangiare, mentre nell’altra si apprestava ogni giorno, scavando, l’ultima dimora che avrebbe accolto il suo corpo dopo la morte.

I frati eremiti vestiti di bianco, non considerando le due soppressioni ottocentesche, restarono sul Monte Prospetto fino al 1962, quando al loro posto arrivarono i confratelli toscani, che nel 1998 lasciarono l’eremo alle suore dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida che ancora oggi abitano il sacro luogo.

L’enigma della tomba del donatore: da San Domenico con ritorno al Prospetto

Tornando infine al famoso donatore di cui abbiamo detto, don Giovanni d’Avalos, vi è una storia interessante a cui far cenno. Conte di Montescaglioso e Pomarico, Don Giovanni cresce a Milano e poi si trasferisce a Napoli, come assiduo della corte aragonese che si trastulla tra Partenope, Ischia e Pozzuoli.

Sposa Maria Orsini (la donna acquista invece per sé una cappella funebre nella chiesa di Gesù e Maria al Limpiano, sotto Antignano) e segue poi a Palermo il fratello Francesco Ferdinando nominato viceré di Sicilia. Abile nei tornei e mecenate importante, il conte resta in terra sicula fino alla battaglia di Lepanto, mentre nel 1572 è al seguito di don Giovanni d’Austria per la spedizione di Tunisi. Poiché il suo nome scompare dalle cronache delle competizioni cavalleresche dobbiamo supporre che si fosse ammalato tanto che, in assenza di figli, ha inizio un’attività intensa di fondazione di opere pie.

Possiamo supporre che sentendo approssimarsi la morte il nobiluomo investisse nella perpetuazione della sua memoria, in particolare con il lascito in perpetuo di 500 ducati annui in favore dell’eremo del Santissimo Salvatore. Poche condizioni: che vi si erigesse una nuova chiesa, demolendo la precedente, intitolata a Santa Maria Scala Coeli e che vi fosse sepolto.

Ancora oggi in effetti, percorrendo il viale che conduce alla chiesa dell’eremo, dal portale di accesso sino a quello della chiesa possiamo leggere nelle epigrafi che il convento “fu fondato” da Giovanni d’Avalos, sottraendo così parte della fama al benefattore Crispo che lo aveva preceduto.

AVALOS DE ARAGONA ALPHONSI MARCHIONI VASTO FILIO FUNDATORI EREMITAE CAMALDULENSIS GRATO ANIMO ERGO P.P. MDLXXXV.

Era dunque il 1585, l’anno seguente don Giovanni avrebbe reso l’anima a Dio. E, varcando la soglia della silenziosa chiesetta del Salvatore, proprio sotto l’altare, si legge la seguente epigrafe.

HIC JACET/CORPUS ILLUSTRISSIMO/D. JOANNIIS D’AVALOS.

Un cenotafio dunque, che è quindi la più immediata memoria di quella connessione tra uomini e luoghi che sola consente di leggerli come se fossero libri, nella loro splendida e affascinante complessità.

Per approfondire

Sigismondo Giuseppe, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor  Giuseppe Sigismondo napoletano, vol. I, Napoli, Presso I Fratelli Terres, 1789.

Nobile Gaetano, Un mese a Napoli: descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze, divisa in XXX giornate, opera corredata, di figure intagliate in legno sia per dilucidazione delle cose narrate e sia per ricordo delle cose vedute, Napoli, Stabilimento tipografico del cav. Gaetano Nobile, 1863.

Di Lorenzo Agostino, Le colline nord-occidentali di Napoli: l’evoluzione storica di un paesaggio urbano, Tesi di  Dottorato di Ricerca in Storia dell’architettura e della città XVII Ciclo, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2006, http://www.fedoa.unina.it/956/1/tesi_DiLorenzo_Agostino.pdf

Palomba Pamela, La Chiesa di Gesù e Maria in Napoli, EDI, 2025.

Leonardo Recchia e Renato Ruotolo, “Guida agli aspetti naturalistici, storici e artistici del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli”, CLEAN, 2010.

La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”

Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Barbara de Caprio è una naturalista. Si occupa di divulgazione e ricerca, miti, leggende e storie di luoghi naturali in ambito urbano e periurbano.
Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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