Un “deserto” per la camelia, la Certosa di San Martino e il silenzio verde della collina di Sant’Elmo
La terza puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta del viaggio che ha portato la camelia a Napoli, sulla collina del Vomero.
La Camelia (Camellia japonica) arriva in Europa a seguito di una tentativo di truffa: gli inglesi volevano togliere alla Cina il monopolio del tè. E cosa c’entra la camelia con il tè? C’entra, c’entra. La camelia e il tè fanno parte dello stesso genere. Nella nomenclatura binomia di Linneo gli organismi viventi si individuano per genere e specie. Camellia appunto: Camellia japonica per il fiore; Camellia sinensis la bevanda.

Ma torniamo alla storia. A metà dell’Ottocento gli inglesi, grandi bevitori di tè, non volendo più sottostare al monopolio e quindi ai prezzi imposti dai cinesi, tentarono di portare via delle piantine da poter coltivare in India – appartenente all’impero britannico – e quindi diventarne produttori diretti. In un primo momento sembrò che un giardiniere cinese si fosse convinto e avesse donato delle piantine di tè agli inglesi. Successivamente si scoprì che la pianta di Camelia donata produceva dei bellissimi fiori, ma non le foglie aromatiche per la produzione del tè. Fu così che più tardi il botanico scozzese Robert Fortune, travestendosi da notabile cinese, anche grazie al fatto che parlasse correntemente mandarino, riuscì a venire in possesso non solo dei semi della specie giusta, ma tutti i segreti per coltivare le piante del tè.

L’arrivo della Camellia japonica in Campania, una moda reale
Intanto la Camellia japonica veniva apprezzata da tutte le corti d’Europa, non meno in Italia, dove il primo esemplare fu donato, nel 1786, a Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV di Borbone, dal botanico tedesco John Andrew Graefer e coltivato nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta. Si tratta della prima camelia coltivata in Europa continentale: la Camelia Madre. Dalla fine del ‘700, dunque, qualunque parco o giardino, reale e non, ma anche convento o chiostro, ha le sue camelie: rosse, rosa, bianche, screziate. Tra gli esemplari più belli ci sono la mastodontica camelia rossa del Real Orto Botanico di Napoli, e quelle presenti nel parco della Villa Floridiana (Il Boschetto delle Camelie) e del Real Bosco di Capodimonte.
La Camelia divenne famosa grazie al romanzo di Alexandre Dumas figlio, La Signora delle Camelie, in cui Dumas racconta la sua storia d’amore con Marie Duplessis, pseudonimo di Alphonsine Rose Plessis, cortigiana parigina; nel romanzo la protagonista Marguerite Gautier utilizza le camelie bianche per la disponibilità e le camelie rosse per l’indisponibilità. Giuseppe Verdi ne trarrà la famosissima opera La Traviata.
Le Camelie di San Martino
Tra le camelie più particolari ci sono gli esemplari che ogni anno deliziano i visitatori del Museo Nazionale di San Martino che, inaugurato nel 1866 all’indomani dell’Unità d’Italia con la soppressione del monastero certosino di fondazione medievale, è il più antico museo cittadino ad aprire le porte alle memorie della capitale del Mezzogiorno…in dimissione. Ed è proprio nel chiostro della Certosa di San Martino che possiamo trovare la Camellia japonica tricolor. La particolarità di queste piante è l’avere fiori di colore diverso su uno stesso esemplare.
Al di sotto del museo ancora oggi c’è la Vigna San Martino, un’azienda agricola di oltre sette ettari in pieno centro cittadino. La vigna è un autentico scrigno di preziosi frutti e ortaggi della tradizione agricola napoletana, su terreni di origine vulcanica – particolarmente fertili – formatisi durante l’eruzione dei Campi Flegrei. Non per niente la collina di Sant’Elmo con il Castello e la Certosa sono l’estrema propaggine di quel quartiere “alto” di Napoli, per dislocazione geografica, che si chiama Vomero, proprio dal latino vomer: la lama dell’aratro. Il Vomero, infatti, per secoli ha avuto una funzione agricola, particolarmente noto per la produzione dei broccoli che in alcune zone si è protratta fino al secondo dopoguerra.
Il Desertum e la Vigna
Il rapporto dei certosini con la natura è dei più intrinseci. Un monaco certosino, infatti, sceglie di abitare lontano dalla collettività cittadina, in un luogo solitario e appartato chiamato desertum, intendendo così riferirsi alla dimensione di solitudine abbracciata dal Cristo nella sua meditazione nel deserto. Per questo motivo anche le certose di città si trovano in luoghi tranquilli e più ritirati, su alture idonee a creare le condizioni per l’isolamento. Ed è appunto per tutelare questa prerogativa che attorno alle comunità dei cosiddetti Padri del deserto viene creato fisicamente uno spazio posto a distanza rispetto all’abitato, generalmente attraverso svariati ettari di suolo che i monaci mettono a coltivo e che costituiscono il desertum fisico e reale garantito dalla natura.
A Napoli la Certosa di San Martino, fondata dal figlio di Roberto d’Angiò, Carlo d’Angiò duca di Calabria, nel 1325, conserva ancora oggi intatto il suo desertum, costituito, allora come oggi, proprio dal vigneto che per un’estensione di oltre tre su sette ettari, circonda il versante della collina. Essa costituì sin dal medioevo la principale riserva vinicola ad uso della comunità monastica ed è proprietà del gallerista Giuseppe Morra dal 1986. Una preziosa risorsa paesaggistica tutelata in cui si coltivano vitigni di origine flegrea con cui si producono 4 mila litri di vino all’anno delle varietà Piedirosso, Aglianico, Falanghina e Catalanesca.
La splendida Passeggiata dei monaci, che abbraccia la certosa da ponente a levante, con i suoi pergolati circondati da araucarie, abeti, noci e ulivi, sovrasta i terrazzamenti della vigna che digrada a mezza valle interrotta dalla costruzione del Corso Vittorio Emanuele, la grande arteria orizzontale voluta da Ferdinando II di Borbone nel 1853 per collegare la città antica con i ridenti affacci marini della costa occidentale di Mergellina.

L’orto dei semplici
In un convento degno di tal nome non può mai mancare una spezieria, un luogo adibito alla preparazione e alla erogazione di medicamenti che, nella Certosa di San Martino, corrispondevano rispettivamente agli ambienti dell’attuale Sezione navale, dove c’erano le officinae, i locali adibiti alle diverse fasi di creazione dei prodotti detti appunto officinali, e alla sala antistante l’androne delle carrozze, che un tempo era arredata con stipi in noce dove facevano bella mostra di sé albarelli, vasi e bottiglie usate per la conservazione delle essenze, polveri e unguenti in distribuzione nella farmacia. Nel medioevo l’arte galenica era strettamente legata ai raggiungimenti della medicina araba e greca, tramandati attraverso la tradizione manoscritta e una continua pratica con le erbe. Per questo i medicamenti meno sofisticati, tratti unicamente dalla trattazione delle erbe, necessitavano di materie prime dette “semplici”, temine che si usava per indicare i principi attivi contenuti nelle erbe medicinali coltivate a San Martino, proprio nei pressi della spezieria. Nella nostra certosa è stato infatti ricreato un “orto dei semplici”, che le fonti allocano proprio in corrispondenza del muro esterno dell’officina, poco prima di un possente albero di eucalipto. Per quanto riguarda invece i farmaci ottenuti con processi più complessi, quali la distillazione, essi erano definiti “composti” e la loro ricetta era contenuta nelle preziose farmacopee del monastero. Dell’antica spezieria non restano che pochi vasi, scampati alle requisizioni del decennio francese, durante il quale molti conventi furono soppressi e i loro patrimoni smembrati o dispersi. Quelli della Certosa di San Martino sono comunque riconoscibili grazie alla presenza del monogramma CAR (Chartusia) e dell’immagine di San Martino che dona il mantello al povero, sorta di brand, diremmo oggi, che indicava e valorizzava la tradizione galenica certosina dalla propensione assistenziale, tant’è che molti cittadini napoletani beneficiavano anche gratuitamente dei servizi della spezieria della certosa napoletana.
Hortus Conclusus e benessere psicofisico
L’ordine certosino, fondato nel 1084 da San Bruno di Colonia, non ebbe una regola al momento della fondazione. Le intenzioni di Bruno erano semplici e chiare: vivere in completo isolamento in luoghi difficili, lontani dalle distrazioni mondane. Nelle tradizioni delle origini i monaci, affiancati da un certo numero di laici, vivevano procacciandosi legna e cibo, per la cui preparazione ogni cella era munita di una piccola falegnameria e di un orto adiacente all’abitazione del monaco, da lui personalmente curato. In questo modo si garantiva sempre accanto alla preghiera e alla meditazione una certa attività fisica, necessaria a mantenere il benessere psicofisico. La cura dell’orto o del piccolo giardino personale esprime infatti la qualità del sentimento del monaco nei confronti della natura. A giudicare dall’assenza di disposizioni normative dagli statuti delle certose circa la sistemazione del giardino si deduce che potesse vigere una certa libertà e spontaneità, nell’intimità serena del proprio hortus conclusus.

La Galilea e la natura mistica del claustro certosino
I giardini certosini hanno diverse funzioni: ricreative, pratiche, simboliche. Alla semplicità delle origini si sostituisce ben presto una cura raffinata dell’allestimento degli spazi di natura, situazione che riflette precise scelte culturali che portano le certose a distinguersi proprio per quella che è possibile definire una vera e propria arte della scena naturale. Questa ricercatezza del resto aveva la sua controparte anche nella scelta delle opere artistiche e architettoniche che i certosini richiedevano ai più accorsati maestri, a riprova di una committenza culta e di gusto sopraffino. In tal senso il rapporto con la natura può considerarsi edulcorato, quasi come la risultante di un artificio necessario a consentire di istituire nello spazio claustrale un sistema ordinatore alternativo e orientato a ricreare un’esperienza, sia nel chiostro che nei percorsi di passeggio attraverso il parco intorno al monastero. Il claustro del resto è definito nelle certose “galilea” in quanto assimilato al luogo della predicazione di Gesù che, del resto, proprio nelle sembianze di contadino appare alla Maddalena al sepolcro dopo la sua resurrezione. In questo senso l’esperienza di meditazione silenziosa che i padri facevano nella natura disciplinata delle loro certose era sì reale, ma anche simbolica e trasfigurava la natura in un immaginario mistico di altissima spiritualità. D’altro canto la presenza di specie provenienti da paesi lontani contribuiva poi, specie se sistemate in paesaggi più ampi e di affaccio, a sollevare l’animo del monaco talora gravato dagli impegnativi esercizi spirituali. La piacevolezza estetica consentiva questo riposo mentale e la contemplazione dell’armonia del creato, realizzata nella natura, riportava alla perfezione di Dio. Immerso in questo sistema naturale il certosino assiste e comprende, attraverso l’avvicendarsi delle stagioni, il senso profondo dell’impermanenza, al punto che anche il cimitero in una certosa non ha più posto nelle cripte, ma è contenuto nella Galilea, come quadrante alla luce del sole, pronto a ricoprirsi di nuova vegetazione ad ogni primavera.

Per approfondire
AA., VV., Certose e Certosini in Europa, Atti del Convegno alla Certosa di San Lorenzo Padula 22-24 settembre 1988, Sergio Civita Editore
Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini, 2011, Rizzoli
Michael Pollan, Piante che cambiano la mente, 2022, Adelphi
Raffaele Tufari, La Certosa di S. Martino in Napoli descritta da Raffaele Tufari, Napoli, 1854, Ricciardi
La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”
Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.