Luoghi e radici #04: San Giovanni a Carbonara

Barbara de Caprio e Pamela Palomba, 25 Marzo 2026

Napoli Rurale

La quarta puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta una tratto della Napoli medievale, nel quartiere di San Lorenzo.

Una collinetta al confine della città, con i suoi orti e la sua mole imponente di storia e storie, ci trasporta nel Medioevo delle giostre cavalleresche e delle meditazioni solitarie di monaci “a guardia” della memoria dei reali del periodo durazzesco. Il racconto del complesso di San Giovanni a Carbonara tra il verde reale e figurato.

Un imponente mausoleo che troneggia sul Fosso Carbonario

Del complesso monastico e della chiesa di San Giovanni a Carbonara si è scritto tanto, e a giusta ragione, dal momento che il convento agostiniano è non solo materia preziosa per la storia dell’arte, ma anche una testimonianza di un periodo della storia napoletana funestato da intrighi, lotte intestine e avvicendamenti cruenti che traghettarono il regno dalla stagione angioina all’avvento dell’epoca aragonese.

In questo delicato momento di passaggio brillò, anche se per poco, il ramo durazzesco di quella stirpe angioina che ebbe inizio a Napoli all’indomani dell’uccisione di Corradino di Svevia nel 1268 ed ebbe termine con la morte, altrettanto violenta, della regina Giovanna d’Angiò nel 1382. Il suo successore, Re Ladislao di Durazzo, volle che il Pantheon del ramo reale durazzesco trovasse la sua sede in cima a una collinetta, nella parte orientale della città, a ridosso del cosiddetto fosso carbonario, deputato all’incenerimento delle immondizie urbane nonché luogo di giostre e uccisioni, riconsacrato a più edificante memoria con l’ampliamento e ricostruzione di un luogo santo eretto circa mezzo secolo prima, il convento di San Giovanni detto appunto a Carbonara.

Entrando infatti nella chiesa oggi ci troviamo al cospetto di un imponente mausoleo che, a mo’ di quinta prospettica dell’altare maggiore, ostenta le rappresentazioni scultoree degli ultimi e unici durazzeschi napoletani, Ladislao e sua sorella Giovanna II che gli successe al trono nel 1414. Ma la quinta, scoprirebbe il visitatore, è attraversabile, in quanto proprio alle spalle di questo scenografico sepolcro si cela la Cappella del nobile Sergianni Caracciolo del Sole, nobile cavaliere del seggio di Capuana, ciambellano di Ladislao e amante della futura regina Giovanna. Un triangolo di destini, quello che si consuma tra queste pietre, se si pensa che i tre, legati da amicizia sin dalla più tenera età, finirono per terminare i propri giorni, seppur prossimi nella tomba, quanto mai lontani e divisi nei loro cuori dagli intrighi di potere che li coinvolsero: in una torrida giornata d’agosto dell’anno 1432 Sergianni fu fatto assassinare dai nobili del Regno su mandato della stessa Giovanna che, pur amandolo, temendo di più di esserne diventata il mezzo per arrivare al trono, lo fece attirare con l’inganno e trucidare senza appello, formalmente accusato di lesa maestà e abuso di potere. Il tragico epilogo, se non per un certo periodo, non impedì agli eredi di Sergianni di erigere alla sua memoria un mausoleo ancora più maestoso di quello dei reali che ancora oggi possiamo ammirare strabiliati nella Cappella Caracciolo del Sole. E il sole sembra davvero benedire questo ambiente che anche nelle giornate più cupe è inondato di luce che piove attraverso le ampie e alte finestre che contornano la cappella circolare illuminandolo tutto nello splendore dei suoi antichi affreschi.

La vita nella natura selvaggia: un ciclo di affreschi “isolato”

Senza dubbio la bellezza delle opere d’arte e la loro quasi straripante presenza, insieme al portato storico di cui abbiamo detto che la chiesa con le sue testimonianze conchiude, creano le condizioni per non riuscire spesso a soffermarsi con la dovuta attenzione su un ciclo di affreschi che decora il secondo ordine delle pareti della Cappella Caracciolo del Sole e che ha come tema Scene di vita eremitica, unico riferimento in questo ambiente se vogliamo alla spiritualità dei padroni di casa, i monaci agostiniani. Eppure ad adagiarsi sulle amene scene in cui predominano le cromie della terra, l’occhio pare potersi riposare dalle rutilanti bizzarie mistiche e dalle vivaci e indaffarate scene quotidiane raffigurate nell’ordine superiore dove pure campeggia il presunto ritratto del celebre Sergianni.

Abitatori solitari popolano queste immagini, immersi in una natura talora brulla, mentre sono intenti nei lavori fisici e mentali. Nell’atmosfera rarefatta e scarna del paesaggio naturale si inseriscono con facilità di lettura scene allegoriche che danno forma visibile all’immaginario mistico del medioevo: un eremita traina un carretto con un leone addomesticato, simbolo del dominio della propria parte ferina; un monaco benedice alcuni animali, mentre incombe su di lui un demone prontamente fronteggiato da una presenza angelica; altri frati sono intenti a mescolare calce per la costruzione di un edificio, incalzati da un asino gravato da pietre. In un’altra scena il difficile lavoro di meditazione e preghiera è continuamente infestato dalla presenza di un diavolaccio che tenta un monaco visibilmente pensoso e affaticato.

In questo tipo di paesaggio la natura è rada e dura, attraversata da montagne taglienti e sintetizzata in piccoli e sparuti ciuffetti vegetali che punteggiano le dune di un deserto immaginario. Talora però la cura del pittore per i particolari lo porta a definire minutamente le foglie delle diverse specie arboree, come nella scena della fontana in cui scopriamo il nome del pittore, Perinetto da Benevento, la cui firma è leggibile in uno dei riquadri in cui due eremiti sono accosti ad una vasca su cui è artificiosamente inciso “PERINECT DE BENIVENTO|PINXIT”.

Il pittore, di cui abbiamo scarne notizie, è documentato a partire dal 1454 quando fu attivo per gli affreschi eseguiti nella chiesa di Santa Maria ad Agnone di cui purtroppo non resta più nulla.
Nell’affresco intanto si riconoscono alcune essenze, con molta probabilità, caratteristiche dei nostri ambienti. Se si guarda attentamente sulla sinistra si possono notare due querce, precisamente il primo albero sulla sinistra e il terzo. Tra le due querce c’è forse un melo, riconoscibile sia per le caratteristiche foglie ovate nonché dai piccoli frutti in trasformazione (se ne vedono 3 o 4 sui rami tra la casetta a sinistra e il santo frate).

Un cedro del Libano e un re con un nome strano 

Si è sempre detto che Napoli è una città con poco verde, ma poi andando in giro se ne scopre sia pubblico che privato. Già nel precedente numero della rubrica Luoghi e radici consideravamo che la Vigna San Martino è completamente invisibile per chi cammina lungo Corso Vittorio Emanuele. Oggi scopriamo un altro piccolo scrigno: il parco di Re Ladislao, dove dal 1846 vive un esemplare spettacolare di Cedro del Libano.

Quando si parla del Cedro nell’immaginario collettivo si pensa alla ridente località calabra di Santa Maria del Cedro, dove si producono i ben noti e profumati frutti di cui si caramella la buccia per ottenere i canditi da utilizzare in cucina. Tuttavia ci sono alberi di cedro che non hanno a che fare con gli agrumi e non sono angiosperme, infatti si tratta di conifere, denominate anche loro cedro. Si tratta di una condizione determinata dalla lingua italiana, perché nella terminologia scientifica c’è un’assonanza con la parola cedro sia nel cedro agrume (Citrus medica) che nel cedro conifera (Cedrus libani ecc.), cosa che quindi ha portato nel tempo ad identificare con lo stesso termine due piante completamente diverse.

Nel parco di re Ladislao quindi non c’è da sbagliare, la pianta di cui parliamo è una Conifera della famiglia delle Pinacee. Il cedro del Libano è la pianta simbolo del paese di cui porta il nome, rappresentata anche al centro della Bandiera nazionale.

Piccola curiosità: anche per la nostra bandiera si era pensato in epoca risorgimentale di inserire al centro l’immagine di un Corbezzolo (Arbutus unedo), perché questo arbusto caratteristico del Mediterraneo ha la particolarità di avere contemporaneamente le foglie verdi, i fiori bianchi e i frutti rossi. Curiosità nella curiosità, di lingua in lingua, in napoletano il corbezzolo è più noto come Sòvera pelósa.

Il cedro del Libano, oltre ad essere un albero longevo e sempreverde, ha i caratteristici rami a palco orizzontali e il legno molto profumato e resistente, tale da essere considerato imputrescibile e quindi molto ricercato in ebanisteria. Anche in antichità queste sue caratteristiche lo rendevano particolarmente appetibile, infatti pare che con il suo legno sia stato costruito il Tempio di Salomone. Con i suoi 40 metri di altezza, il cedro del Libano simboleggia grandezza e potenza. La sua resina profumata è stata utilizzata per imbalsamare i cadaveri, mentre attualmente si usa per la medicina fitoterapica contro dermatiti e malattie da raffreddamento.

Un hortus conclusus sulla murazione della città

Il parco di Re Ladislao è un caratteristico esempio di hortus conclusus ben nascosto dalle alte mura. Bisogna conoscerlo, perché passando per Via San Giovanni a Carbonara non è visibile. Superata la chiesa lo si raggiunge salendo una piccola gradinata, dove termina Via Cardinale Seripando, costeggiando l’edificio in cui alloggiò con il padre il giovane Mozart a Napoli nel 1770.

Oggi il classico orto da monastero ha lasciato il posto a un parco pubblico ben tenuto dove ancora alloggiano alcuni esemplari di alberi da frutto, tanti agrumi  come aranci, mandarini, pompelmi, ma anche olivi, fichi, peschi e nespoli. Si badi, non il nespolo comune, ma l’Eriobotrya japonica, il nespolo del Giappone quello che ci dà i piccoli ma dolcissimi frutti che riusciamo a mangiare inizio primavera seppur per poco tempo. Pochi sanno che questa pianta viene impollinata grazie alle laboriose api nel mese di dicembre, e per ottenere i frutti dobbiamo aspettare 4-5 mesi. Il nespolo comune invece, il Crataegus germanica, denominato anche Nespolo europeo, è conosciuto pochissimo e negli ultimi due secoli è stato soppiantato dal nespolo giapponese. In entrambe le specie i frutti si raccolgono acerbi e si lasciano maturare lontano dalla pianta. Per il nespolo comune, a differenza del giapponese, la raccolta è autunnale. I frutti differiscono pure per forma e colore: il comune ha una forma più tondeggiante e una colorazione tendente al verdastro-grigio-marrone chiaro ed è riconoscibile da una grossa apertura al fondo; il giapponese ha una forma più oblunga e una colorazione tendente al giallo vivo.

Oltre al ben citato cedro si possono ammirare nell’ampio giardino comunale alcune varietà di palme tra cui Washingtonia, Phenix Canariensis, Trachycarpus e Chamaerops, ma anche piante come ligustro, yucca, cycas, pitosforo e oleandro.

Il parco di re Ladislao nella sua storia più recente ha subito alterne fortune. Dal 2001, anno del restauro, il parco è stato aperto e chiuso più volte. Nel 2024 il Comune lo ha riaperto al pubblico e ne assicura la possibilità di accesso al pubblico fino a poco prima del tramonto in base alle stagioni.

Per approfondire

Filangieri di Candida, Antonio. , & Filangieri, Riccardo. (1998). La Chiesa e il Monastero di San Giovanni a Carbona, Napoli, Società napoletana di storia patria.

Delle Foglie, Anna. , & Toscano, Gennaro. , Leo XIV. (2011). La cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara [Roma] Centro culturale agostiniano.

Sul Parco di Re Ladislao: https://www.comune.napoli.it/vivere-il-comune/luoghi/parco-re-ladislao/

Crediti fotografici: https://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/

La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”

Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Barbara de Caprio è una naturalista. Si occupa di divulgazione e ricerca, miti, leggende e storie di luoghi naturali in ambito urbano e periurbano.
Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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