La nona puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta dei giardini napoletani scomparsi.
Nella Napoli del Rinascimento, l’acqua ebbe certamente un ruolo fondamentale nella composizione del paesaggio naturalistico cittadino. Difatti essa non rappresentava un semplice elemento decorativo per i giardini, ma la loro vera e propria anima, indispensabile per dare vita alle piante e rifornire le fontane.
L’approvvigionamento idrico napoletano dipendeva principalmente dall’antico acquedotto dell’Acqua della Bolla, che si originava nella “Valle del Sebeto”, alle falde del Monte Somma. Una volta giunta in città presso la Porta Capuana, la Bolla si diramava in condotti sotterranei e riserve che andavano a servire grandi giardini suburbani, dove alimentava fontane, peschiere e sistemi di irrigazione. Dalla Porta Capuana, attraverso il Formale Reale, entrava in città servendo gran parte del Centro Antico di cui alimentava fontane e serviva residenze signorili e conventi.
Il giardino del Demonio affacciato sul mare | Palazzo Penne
Nel cuore del Centro Storico, tra il decumano inferiore e il mare, a principio del XV secolo, sorse il Palazzo Penne. Ne era proprietario Antonio Penne, segretario e consigliere particolare di re Ladislao di Durazzo, che per erigere la sua splendida residenza urbana scelse un’area periferica della città antica, caratterizzata da un pronunciato salto di quota tra l’area collinare e la zona portuale sottostante. Il lotto fu ricavato dalla riduzione delle proprietà di un adiacente complesso benedettino, documentato sin dal X-XI secolo. Il monastero originario possedeva un vasto giardino ricco di pozzi, orti irrigati da un ramo dell’acquedotto della Bolla e, come di consueto nei complessi conventuali, un «giardino dei semplici» per le erbe officinali.

Si tratta di uno dei rarissimi esempi superstiti di giardino del primo Rinascimento civico napoletano. È concepito su un terrazzamento artificiale, il che ne fa un vero e proprio giardino pensile, a una quota notevolmente inferiore rispetto al cortile d’ingresso, ma rialzato e monumentale rispetto alla sottostante via Sedile di Porto. Ne consegue che questo giardino sospeso dialogava direttamente con il mare verso il quale si apriva. Esso univa la struttura geometrica a quadri della tradizione medievale e monastica – con aiuole rialzate per distinguere la terra artificiale – all’apertura panoramica sul mare e sul golfo, superando così il concetto di hortus conclusus, ossiadi orto/giardino chiuso. Non è escluso che sul fronte mare il giardino fosse visibile nella celebre Tavola Strozzi come un possente terrapieno murato.

Secondo una nota leggenda il mirabile Palazzo Penne fu eretto in una sola notte grazie a un patto che il celebre notaio Penne aveva stretto con il Diavolo. Spinto dalla necessità di impressionare con tale prodigio una donna di cui si era innamorato, Antonio promise in cambio la sua anima per la stupefacente impresa. Ma quando il demonio venne a chiedergli l’anima, il sagace leguleio gli fece notare una postilla del contratto: solo se il demonio fosse stato in grado di contare tutti i chicchi di grano sparsi nel cortile lui gli avrebbe reso l’anima. Facilissimo, pensò il Maligno, ma sbagliò il conto perché il Penne aveva cosparso il suolo con pece calda, così che alcuni grani sfuggirono al conto attaccandosi sotto gli artigli del diavolo che, con un urlo di rabbia spaventoso, svanì nel pozzo del palazzo.
Quando, dopo il 1558, il palazzo passò alla famiglia Capano, il cortile interno venne arricchito con un ninfeo decorato con grotte di spugne laviche, conchiglie, vetri, nicchie con statue e fontane di marmo alimentate dall’acqua viva dell’acquedotto. Cesare Capaccio e Carlo Celano, cronisti eccelsi della Napoli barocca, descrivono la dimora come «deliziosissima», dotata di ricchi giardini con coltivazioni di agrumi – in particolare il cetrangolo o arancio amaro – e giochi d’acqua.
Nel 1685 il complesso fu acquistato dai padri Somaschi, che sacrificheranno parte del giardino nel 1706-1725 per erigere la nuova chiesa dei Santi Demetrio e Bonifacio e il corpo di fabbrica di collegamento. Tra il 1747 e il 1748 il giardino venne rinnovato in forme sobrie, consone all’ordine religioso, per cui i viali e la bordura dell’aiuola maggiore vennero delimitati reimpiegando come cordoli gli antichi capitelli ottagonali in pietra rimossi dal salone interno del palazzo. Le aiuole poi vennero rialzate mantenendo una rampa d’accesso decentrata rispetto all’asse mediano, secondo una tradizione di gusto austero d’impianto quasi medievale. Ma che ne è del luogo oggi? Il giardino odierno, seppur manomesso e alterato dalle aree edificate circostanti e da decenni di abbandono, conserva ancora l’impianto ad aiuole perimetrate da blocchi di tufo e pietre varie, affiancate dai celebri capitelli quattrocenteschi di spoglio. Mantiene la continuità dei due viali di attraversamento ortogonali che scandiscono lo spazio a verde, rappresentando un’importante ed eccezionale testimonianza di spazio aperto rinascimentale nel cuore della trama urbana di Napoli.
Il giardino di Giovan Antonio Coci fuori al Borgo Loreto | Acqua per le ugole dei cantori fanciulli
Nelle descrizioni cinquecentesche dei rami dell’Acqua della Bolla, il giardino privato di Giovan Antonio Coci viene ricordato come un esempio significativo dell’uso dell’acqua pubblica da parte della borghesia e nobiltà dell’epoca anche se di esso, pur citato nominalmente dalle fonti quasi come un riferimento topografico, non sappiamo poi molto. Si trovava presso la Porta del Mercato, nei pressi del Borgo di Loreto, così chiamato per la presenza del Conservatorio di Santa Maria di Loreto anch’esso scomparso dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che causarono la distruzione dell’intero borgo. Presso la chiesa annessa al Conservatorio, come ci racconta il cronista Giovanni Antonio Summonte, vi era una fontana pubblica di marmo con tre fori, corredata da un’epigrafe che recitava così;
DIVAE MARIAE DE LORETO
FONS AD BENEPLACITUM ET PUB. COMMODUM
FACTUM EX AQUA ORPHANIS DONATA P. Q.
M. 10; ANT. COCI ANNO D.M.D.LXXXVIII.
Il complesso di Santa Maria di Loreto era infatti la storica sede di un orfanotrofio che accoglieva fanciulli svantaggiati e senza genitori da avviare a una professione e, intorno al primo Seicento, esclusivamente al canto e alla musica, specializzandosi come fucina di talentuosi cantori cittadini che si esibivano nelle più prestigiose chiese di Napoli. Come leggiamo dall’epigrafe riportata da Summonte, gli orfani poterono beneficiare dell’acqua concessa dalla munificenza di Giovan Antonio Coci la stessa che appunto alimentava il suo famoso giardino che si inseriva in una fitta trama di orti di delizia appartenenti sia all’aristocrazia che alla ricca borghesia mercantile che, tra la fine del Quattrocento e il Seicento, caratterizzava la fascia suburbana a est di Porta Nolana e Porta del Mercato. Il giardino di Giovan Antonio Coci rappresenta il prototipo di proprietà privata alimentata da una concessione idrica formale che si inseriva in un sistema di spazi a verde e poderi assimilabili a un vero e proprio laboratorio idraulico-agronomico. Documenti d’epoca, come le relazioni del “fontanaro e ingegniero de acqua” Giovanni Antonio Nigrone, ricordano del resto che da questo giardino venivano derivate quote d’acqua (una cinquina) cedute ad altre strutture limitrofe, come il monastero di Santa Maria del Loreto. Nel 1588, da questa proprietà venne parzialmente deviato un flusso d’acqua per alimentare una fontana pubblica posta di fronte alla zona del Mercato, mostrando così l’interconnessione tra gli usi agricolo-decorativi dei giardini privati e l’infrastruttura idrica urbana.

Gli orti -palude di Campovecchio e le delizie reali
Campovecchio era la vasta piana posta al di fuori delle mura orientali di Napoli, definita nei documenti storici come campus Neapolis o Campus veteris. Vi scorreva l’antico acquedotto romano della Bolla ed era interessata anche dalle acque provenienti dalle colline retrostanti. La compresenza di acque alluvionali e torrentizie provocava frequenti impaludamenti nonché la formazione di una fitta rete di rivi, tra cui il Rubeolo, poi detto anche Sebeto. Data la situazione in età medievale e angioina, la zona era nota per la macerazione del lino e della canapa ed era infestata da miasmi, zanzare e malaria. I primi interventi di bonifica risalgono a Carlo II d’Angiò (1306), ma fu solo con l’avvento degli Aragonesi che il volto del luogo cambiò in maniera sostanziale. Re Alfonso I distribuì suoli ai contadini più poveri, i quali vi impiantarono orti, detti in napoletano paduli o paludi e sotto suo figlio Ferrante nel 1485 fu finalmente realizzato il primo canale di irrigazione che bonificò il sistema delle coltivazioni.
Pian piano prendeva corpo il sogno di trasformare questa fascia suburbana orientale in una zona d’élite dedicata agli otia umanistici, alle passeggiate, alle battute di caccia, al passeggio a cavallo e alle residenze di delizie fuori porta. La più importante, il nucleo generatore dell’intero sistema, era senza dubbio la monumentale Villa di Poggioreale, commissionata a Giuliano da Maiano da Alfonso II d’Aragona sul finire del XV secolo, che rappresentò il vertice dell’architettura dei giardini in Italia meridionale. Il complesso comprendeva un viridarium (il viridarium podii regalis), un balneum – la cosiddetta Venezia-, una grande peschiera per giochi d’acqua e l’uso di fontane progettate anche con il supporto di fra’ Giocondo. Alla progettazione dei giardini e del paesaggio vegetale lavorò il celebre giardiniere di corte Pacello da Mercogliano, successivamente chiamato anche dai reali di Francia assieme al già citato fra’ Giocondo, portando oltralpe l’arte e la tradizione del giardino rinascimentale d’impronta napoletana ed italiana.
Anche se stentiamo a crederlo, considerato l’attuale stato dei luoghi, Poggioreale era un paradiso in terra: univa l’architettura classica al paesaggio vegetale. L’impianto della villa era strutturato attorno a un cortile/ninfeo centrale rettangolare che poteva essere allagato per spettacoli acquatici e battaglie navali simulate, come nelle antiche naumachie. I giardini circostanti, irrigati abbondantemente dai rami dell’Acqua della Bolla e del fiume Sebeto, erano suddivisi in quadri geometrici con piantagioni di agrumi, piante aromatiche, peschiere ricche di fauna idrica e padiglioni di svago.
Per connettere la Villa alla città fu realizzato un imponente e lungo stradone alberato, che possiamo ammirare nella Veduta del stradone, palazzo, e giardini di Poggio Reale di Francesco Cassiano de Silva (1700 circa) in cui compare come un lungo rettilineo caratterizzato da un’alta alberatura che lo separava dai campi coltivati e arricchito da fontane, opera del già citato Giovan Antonio Nigrone.

Nel sistema di delizie erano comprese altre celebri ville come quella di Fabio Incarnao, una casa di ricreazione con «dilettosi giardini» irrigati dalle acque anch’esse dirette verso la città, eretta grazie a una fortunata vincita al gioco di 50 moggia di terreno. Mentre direttamente collegate al grande viale, presso l’edificio della Gabella della Farina (oggi Ponte di Casanova, vi era l’accesso alla celebre residenza di Carlo Stendardo di oltre 13 ettari di estensione, dotata di peschiere, fontane e giardini. Successivamente passò al marchese di Vico, che vi eresse un palazzo con giardino denominato il Paradiso.
I Giardini delle colline | Laboratori botanici e di ingegneria idraulica
In netto contrasto con i giardini della piana orientale, serviti dalla Bolla per gravità, i giardini situati sulle alture della città affrontavano la sfida dell’altitudine. Poiché l’acquedotto raggiungeva soltanto le parti più basse della città, le zone collinari ed elevate — come il quartiere di Pizzofalcone, le stalle vicereali o il quartiere di Chiaia — dovevano fare affidamento su pozzi profondi e ampie cisterne di raccolta per le acque piovane. Il controllo sulla distribuzione dell’acqua era rigorosissimo: l’accesso ai serbatoi avveniva tramite licenze ed erogazioni misurate mediante fori calibrati corrispondenti al diametro delle monete dell’epoca, come il ducato o il carlino, per evitare sprechi e siccità, soprattutto nei caldi mesi estivi.

Sulla collina di Pizzofalcone, la villa e i giardini di don Luis de Toledo, figlio del celebre viceré Pedro de Toledo, non potevano essere raggiunti dall’acquedotto principale, quindi per manutenere la vegetazione e alimentare le peschiere, il complesso si basava su un’ingegnosa rete di ampie cisterne sotterranee per la raccolta delle acque piovane e su profondi pozzi tufacei. Per sollevare l’acqua fino ai livelli dei terrazzamenti, venivano impiegate macchine idrauliche a trazione animale, le norie, o pompe aspiranti e prementi progettate dai fontanieri del viceregno. La peschiera del giardino di Toledo era sia un elemento di frescura estiva e rappresentanza aristocratica, sia una riserva d’emergenza per la vegetazione durante le siccità estive.
Più in generale i giardini collinari napoletani si segnalavano per la presenza di colture, collezioni vegetali ed esperimenti naturalistici condotti sfruttando le condizioni favorevoli all’acclimatazione delle specie esotiche e rare. Dunque non soltanto come luoghi di svago, decoro o rappresentanza aristocratica, ma veri e propri laboratori di osservazione e coltivazione empirica. In questi spazi, come in negli orti conventuali della città, si piantavano e acclimatavano piante rare, autoctone ed esotiche, si studiavano le proprietà terapeutiche e farmacologiche dei semplici vegetali e si condusse la prima osservazione diretta di campioni vegetali e sementi provenienti dal Nuovo Mondo e dalle rotte commerciali dell’Impero spagnolo.
Per approfondire
Celano,Carlo. Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli, divise dall’autore in dieci giornate per guida e comodo de’ viaggiatori. Giornata Ottava, Napoli 1692.
Nigrone, Giovanni Antonio. Manoscritti e relazioni sui formali dell’Acqua della Bolla e del Serino (secoli XVI-XVII).
Abbate, Francesco. Storia dell’arte nell’Italia meridionale: Il Quattrocento. Donzelli Editore, Roma, 1998.
Casiello, Stella. Le delizie ritrovate. Poggioreale e la villa del Rinascimento nella Napoli aragonese. In: Arte Tipografica / Saggi di Storia dell’Architettura, Napoli.
Montuono, Giuseppe Maria. Il palazzo Carafa-Loffredo a Pizzofalcone (Napoli).
Pane, Roberto. Architettura del Rinascimento a Napoli. Editrice Politecnica, Napoli, 1973.
Starace, Francesco. L’acqua e l’architettura. Acquedotti e fontane del regno di Napoli, Edizioni del Grifo, Lecce, 2002.
Visone M., Palomba D., La conoscenza degli spazi aperti: sito, giardino e paesaggio in Palazzo Penne in Palazzo Penne a Napoli tra conoscenza, restauro e valorizzazione, Artem, Napoli,2008.
La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”
Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.