A tre mesi dalla sua scomparsa, pubblichiamo un nuovo racconto inedito, tra i suoi preziosi doni: storie della città in cui il verde rappresenta memoria e identità. Perché la vita di chi scrive non finisce mai, un po’ come quella di Pietro per Urbano Rurale.
La terza puntata di “Storie di verde” è dedicata all’area di Tarsia e al mercato della Pignasecca di Napoli.
TARSIA VIA, SALITA, PIAZZETTA
La zona fu lo sfondo del famoso film L’oro di Napoli. Celebre la scena in cui Totò, vestito da pazzariello, si esibisce per l’inaugurazione di un negozio di alimentari. Fu progettato di destinare lo spazio a un enorme mercato, ma non se ne fece nulla e l’area ospitò le Manifatture del Regno in Mostra e l’Istituto di Incoraggiamento.

Un giardino pensile, come a Babilonia
Narra la leggenda che si ispirarono ai mitici giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo classico, gli architetti che crearono nel Settecento la grande area verde di Palazzo Spinelli di Tarsia, il maestoso edificio della omonima piazzetta, oggi ridotto a cadente fortezza.
La famiglia Spinelli di Tarsia era già celebre al tempo dei Normanni, quando Ugone fu crociato in Terrasanta coi due figli Filippo e Giacomo. Il palazzo fu eretto su commissione di Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, su progetto di Domenico Antonio Vaccaro. Le decorazioni ad affresco negli appartamenti furono eseguite, oltre che dallo stesso Vaccaro, da pittori come Nicola Maria Rossi, Nicola Cacciapuoti e Giovanni De Simone. C ‘erano perfino uno zoo, un osservatorio astronomico, sale affrescate con oro zecchino, una biblioteca aperta al pubblico, una pinacoteca, un gabinetto di scienze.
Il casato si estinse nel 1840. La struttura non è mai stata al centro di un accurato piano di restauro e di salvaguardia, teso alla sua rivalorizzazione. A eccezione della facciata è in profondo degrado, assediata da macchine parcheggiate. Un muro di contenimento alzato dopo la scossa del 1980 fu occupato dal dipinto di un enorme scudetto dopo la prima vittoria del Napoli.
Il miracolo di San Gennaro
Durante la terribile eruzione del Vesuvio del 16 dicembre 1631, la lava minacciava di distruggere l’intera città di Napoli, arrivando a via Tarsia e piazza Cavour. Secondo la tradizione, il sangue di San Gennaro si sciolse e i fedeli lo portarono in processione fino a via Tarsia. La lava si fermò miracolosamente, risparmiando la zona e il resto della città. Da allora, il 16 dicembre viene celebrato il prodigio della liquefazione, ricordando il miracolo laico e religioso del 1631. Esiste, ad esempio, una nota struttura ricettiva in via Salita Tarsia, chiamata proprio “Il Miracolo di San Gennaro”.
Il barone scontento non è andato via
Da piazza Dante un breve tragitto porta a via Tarsia, dove c’era una villetta con giardino. Vi abitava un barone che sposò una cameriera, da cui ebbe una figlia. Prima di morire, chiese alla moglie di non vendere la casa. Il suo desiderio purtroppo fu ignorato e poco dopo sui resti del villino si stagliò un palazzo, al civico 11.
Nel 1955 nel nuovo edificio venne a vivere una donna coi figli. I bambini dormivano nella stessa stanza. Una notte una femminuccia vide uno sconosciuto passeggiare fuori al balcone. Era curvo, di carnagione scura, vestito con una tuta da lavoro e un cappellino di carta. Ingenuamente la bambina salutava. La sorella vedeva una figura simile appoggiata alla porta della stanza. Il padre aveva spesso la sensazione che ci fosse qualcuno o vedeva una mano che apriva le porte. A volte l’intera famiglia sobbalzava sentendo mandate alla porta d’ingresso, ma non c’era nessuno. L’incubo durò un anno finché il padre non lasciò moglie e figli dai nonni e rimase a dormire in via Tarsia col fratello, il quale scorse un uomo che tentava di infilarsi in camera da letto e suggerì il trasloco, ascoltato. Altre famiglie del palazzo notarono porte aperte da una mano scura, bussate e mandate alle porte. Una notte un uomo vide il fantasma fissare la figlia dormiente. Alcuni passanti giurano di aver visto un uomo passeggiare fuori i balconi nel buio. Qualcuno dice che lì vaga ancora l’infelice anima del barone. Altri sostengono che si tratta invece dello spirito di un muratore morto in un incidente sul cantiere.
Vaso piccolo, ficus gigante
Lungo la Salita Tarsia c’è un ficus dentro un vaso che sembra un miracolo e che, in realtà, lo è proprio. Un vaso piccolissimo per una pianta rigogliosa e gigante, sproporzionata rispetto a quel piccolo contenitore. Se sotto non ci fosse il cemento ti verrebbe da pensare che le radici affondino nel terreno e, in parte, è proprio così. Le radici del ficus sono uscite dal vaso e si sono infilate in una fessura tra il cemento e le pietre del palazzo.

PIGNASECCA
Ebbe origine al tempo dell’antica Roma. Il toponimo deriva dalla parola latina pinnixa, che indicava un insieme di palizzate utilizzate per proteggere i terreni agricoli. E’ uno dei quartieri più pittoreschi e popolosi di Napoli. In origine era occupato da chiese, monasteri, palazzi patrizi, sorti in un’enorme tenuta dei Pignatelli di Monteleone, detta Biancomangiare, dal nome di una specie di meringa tipica del luogo. Quando fu abolito il Mercatello di piazza Dante, la zona assunse carattere commerciale. Ancora oggi è un mercato continuo, di pescivendoli, acquafrescai, venditori di carne cotta, fruttaioli. Come in un suk arabo, c’è il gusto di trattare sul prezzo.

Una plaza de toros
Quando la zona era di proprietà della famiglia Pignatelli di Monteleone, nell’attuale piazza di Montesanto c’era un ippodromo con toreros e picadores, realizzato durante il vicereame spagnolo.
Un’unica pigna sopravvissuta
Il nome di Pignasecca, secondo una teoria accreditata da molti storici, deriverebbe da una vicenda legata ai lavori di realizzazione di via Toledo. In quell’occasione vennero eliminati tutti i terreni agricoli della zona, lasciando soltanto un pino (in napoletano pigna) indenne. Quando anni dopo quel pino si seccò l’area prese il nome di Pignasecca.
Gli spettri delle gazze scomunicate
Secondo gli appassionati dei misteri, invece, la Pignasecca si chiama così perché un tempo era gremita di pini che davano pigne grandi, dai pinoli saporiti. Gli alberi crollarono a uno a uno, l’ultimo a resistere, a lungo, fu un pino rinsecchito. Anche qui non mancano spiriti, ma sono particolari. Quando c’era ancora il verde, imperversavano le gazze (o piche), uccelli ladri. Rubavano qualsiasi oggetto luccicante e in preferenza lo depositavano tra i rami di un pino dell’orto dei Pignatelli. I luoghi preferiti per i colpi erano le case degli amori clandestini. Anche le guardie andarono a caccia dei volatili mariuoli, senza risultati. Il colmo dello scandalo fu toccato quando sul pino-cassaforte fu trovato un sacro anello della Curia. Nei vicoli si mormorò che fosse stato sottratto a un alto esponente del clero in dolce compagnia della sua perpetua. L’arcivescovo indiziato reagì in maniera singolare, scomunicando le gazze. Il decreto fu inchiodato al pino della vergogna, che si seccò in un istante. Dicono che le ombre delle gazze tornino a fare dispetti, soprattutto in via Porta Medina.
Diamante, la strega cieca
Ma chi fu davvero Diamante de Palma? Una strega eretica o una fattucchiera di quartiere? Di sicuro era cieca, praticava le sue arti alla Pignasecca e visse a fine Seicento. La sua misteriosa figura è venuta alla luce quando un ricercatore ricevette da un collezionista una raccolta di documenti originali sul suo processo. Gianpasquale Greco li ha pubblicati nel 2022 in un libro edito da Rogiosi. Nel lancio dell’opera è stato scritto: “Quella di Diamante è una vicenda che non necessita del finale per un colpo di scena, ma che ad ogni episodio aggiunge sussulti, contraddizioni e assurdità che viaggiano tra la consapevolezza della blasfemia e l’ingenuità dell’ignoranza. Il suo gusto sta nel fatto che tutto ciò che si legge è più bello di ogni finzione, perché è memoria. Anzi, è memoria individuale passata nelle severe maglie della storiografia, che si prende il compito di oggettivare, contestualizzare, esplicare e raccontare lucidamente ciò che è stato. Tra denunce, tribunali, santi e demoni, Diamante è perfino nella fisionomia immagine per antonomasia della ‘strega’, in una modernità che ancor oggi ricorre ad occultisti di ogni sorta per i più disparati motivi, ma sempre uguali a quelli di un tempo”.
Quegli scalini perduti
Via Pasquale Scura, vista dalla Pignasecca: fino al 1956 ancora c’erano i gradini, che collegavano in modo suggestivo i due cuori pulsanti della città. La loro rimozione, per esigenze urbanistiche, fu un errore. Erano più di un semplice passaggio: erano un simbolo, un luogo di incontri. Restano nelle memorie di chi li ha vissuti.

Il rito della scopata
Partenope è depositaria di molte antiche tradizioni. Un rituale è legato alla figura di San Liborio, a cui le donne affette dal “mal della pietra” (calcoli) partecipavano per chiedere la grazia della guarigione dal doloroso fastidio. È ricordato col nome di “scopata della Pignasecca” e aveva luogo ogni 22 di luglio, in ricorrenza della festa del Santo. Il rituale partiva dalla chiesetta seicentesca dedicata al vescovo di Le Mans, edificata dai frati del convento di Santa Maria alla Carità, per consentire ai fedeli di riverire la statua del Santo senza intralciare le funzioni. Dopo la messa solenne, il parroco aspergeva di acqua santa scope e ramazze. Gli arnesi benedetti venivano poi affidati alle donne malate, che iniziavano a spazzare il tempio come forsennate. Il rito proseguiva per le strade della Pignasecca fino alla piazza del mercato rionale. Le “aspiranti miracolate“, oltre a sopportare il caldo torrido e la fatica, dovevano sorbirsi le ingiurie e i doppi sensi a sfondo sessuale espressi dalla popolazione maschile che accorreva in massa. La cerimonia si fa derivare dalle tradizioni pagane contadine legate alla raccolta del grano. L’intera zona che si estende dall’attuale piazza Dante al colle di Sant’Elmo era fino all’inizio del Cinquecento un borgo agricolo chiamato Limpiano. In tanti, ancora oggi, tendono a “spazzare” alle spalle delle persone cui si crede portatrici di “fascino malefico”.
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