Luoghi e radici #05: il Villaggio della Baronessa e il Bosco della Contessa

Staff Agritettura, 14 Luglio 2026

Napoli Rurale

La quinta puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta una tratto della natura selvaggia e autentica a Napoli.

Avvinta come l’edera. Due regine, il villaggio della baronessa e il bosco della contessa.

 La dimora nascosta nel bosco appare ancora oggi come il cuore di quelle che un tempo erano le “Terre di Nazareth”, vasti feudi agricoli e riserve di caccia predilette dall’aristocrazia napoletana. L’atmosfera che si respira addentrandosi tra i suoi sentieri è profondamente diversa da quella dei parchi urbani più noti. Qui la natura ha mantenuto un carattere selvaggio e autentico; il bosco è un regno dominato da castagni secolari e querce, dove un fitto sottobosco di felci e edera protegge la frescura dell’aria, sensibilmente più pungente rispetto al caos del centro città.

La rubrica di oggi vuole lasciare qualche appunto di viaggio per scoprire il bosco della Contessa.

La strada per il bosco: dal villaggio dei Cangiano all’antica masseria Orsolone

Il luogo è di quelli più misteriosi in molti sensi e per attivarli tutti occorre affidarsi, abbandonarsi a ciò che il bosco racconta. Accade così che qualunque sia la stagione non torneremo mai a casa senza aver imparato qualcosa.

Ma prima di tutto dobbiamo arrivarci.

Percorrendo la via Leonardo Bianchi, superato quindi il nucleo della Cappella dei Cangiani, occorre proseguire per i Guantai a Orsolone. E già solo in questo breve tratto di strada attraversiamo la storia degli antichi abitatori del piccolo villaggio dei Cangiano la cui origine affonda le sue radici nel XV secolo, ma che poi si connotò per la fondazione nel 1575 di una piccola cappella dedicata alla Madonna di Costantinopoli, celebre icona venerata nella chiesa omonima presso l’antico Largo delle Pigne, oggi Piazza Museo. Proseguendo quindi per la strada che porta il nome di Leonardo Bianchi, il celebre direttore della Clinica delle malattie nervose e mentali del Real Manicomio di San Francesco di Sales. Teniamo a mente che questo stradone, che connette i Cangiani al nucleo dei Camaldoli, non fu aperto che negli anni quaranta del passato secolo e dunque, prima di allora, occorreva invece impegnare la stretta viuzza denominata Orsolone ai Cangiani, oggi via Gaetano Quagliariello. Il lettore vorrà perdonare queste pignolerie topografiche pensando che se dovesse ricercare un giorno il modo di raggiungere il Bosco della Contessa, forse potrebbe, con più gusto storico, percorrere la distanza che lo separa dal trafficato centro cittadino meditando di prendersi una pausa benefica per il corpo e per la mente, così come per secoli hanno fatto molti napoletani prima di lui per raggiungere i molti sanatori che cominciarono a punteggiare questa parte della collina.

Si arriva dunque in zona Orsolone, dal nome del feudo che dominava l’area sino al primo Novecento e di cui non è sopravvissuto, a monito dei passati splendori, l’imponente caseggiato denominato Orsolone, demolito durante il ventennio fascista, per la realizzazione del complesso ospedaliero oggi intitolato a Monaldi, già Sanatorio del Principe di Piemonte. Sin dal 1575 comunque questo territorio era grancia dei monaci certosini, tanto che presso il pozzo del cortile della scomparsa masseria monastica si poteva leggere un tempo il monogramma della famiglia certosina CAR con T commissa, che sta appunto per Carthusia. Si trattava in fondo non soltanto di un grande granaio del monastero di San Martino, ma anche di un luogo di rappresentanza che si prestò anche ad ospitare i Borbone che qui sostavano quando si recavano in visita all’eremo dei Camaldoli. Affidandoci alle fonti, che spesso sole sopravanzano le testimonianze memoriali apparentemente più coriacee, pare giunta l’ora di immedesimarci in un visitatore settecentesco e di seguire la descrizione più moderna del notaio Paradiso che ci accompagna fuori dall’Orsolone dove anche noi vogliamo condurre il lettore:

 «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe, il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perché qui la civiltà non si è ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un’orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza».

La strada qui si divideva portando da un lato a  Via Orsolone a Santacroce e dall’altro a Via Orsolone ai Guantai dove ci incammineremo a questo punto non più solo con l’immaginazione, perché la strada esiste ancora oggi, avvicinandoci alla zona dell’antico villaggio dei Guantai.

I Guantai di Nazareth e la Madonna della Baronessa che lacrima sangue

Raggiungiamo così un pacifico villaggetto, nato da fabbricatori di guanti che qui abitavano, che si coagula attorno a un grumetto di case, ancora oggi visibili nella parte più prossima alla strada che porta all’Eremo dei Camaldoli, ma che ebbe sin dalla seconda metà dell’Ottocento una sua propria Regina.  È infatti questo il titolo della Madonna per la cui devozione fu costruita la chiesa di Regina Paradisi ai Guantai di Nazareth che quest’anno festeggia i cent’anni dalla sua erezione a parrocchia del villaggio.  La venerata immagine mariana conservata nella chiesa, che ancora oggi prospetta sul breve largo dei Guantai, fu fatta dipingere appunto nel 1877 dalla figlia del barone Fortunato. Poco sappiamo della baronessa, fatto sta che la Madonna che fece dipingere da un pittore non ben identificato è la riproduzione di un’icona quattrocentesca che si trova a Sieti presso Giffoni Sei Casali nel salernitano. La storia di questa icona ebbe inizio con un’immagine della Vergine dipinta sulla nuda roccia. In un momento che la storia ha consegnato all’eternità, quel volto di pietra iniziò a mutare: dagli occhi della Madonna scaturirono improvvisamente lacrime di sangue, un segno di dolore e partecipazione che scosse profondamente la comunità di Giffoni Sei Casali. Non si trattò solo di una suggestione popolare, poiché il prodigio fu formalmente autenticato dal notaio Martino Giannattasio, che ne mise per iscritto i dettagli, conferendo all’evento un rigore documentario molto raro per l’epoca. Quel sangue, segno tangibile dell’evento, fu raccolto con devozione su un velo di lino, trasformando un semplice tessuto in una reliquia inestimabile, custodita per secoli all’interno di un prezioso reliquiario. Tuttavia, la storia della reliquia subì una drammatica interruzione nel 1975, quando ignoti si introdussero nel luogo di culto rubando il velo con le tracce del miracolo. Oggi il cuore della devozione batte nella Chiesa di Santa Maria del Paradiso a Sieti Basso dove l’immagine originale è posta sull’altare maggiore e la Vergine è invocata con i titoli di Regina del Paradiso o Regina delle Lacrime. Ogni anno, il Lunedì in Albis, il borgo si risveglia nel fervore della festa solenne, celebrando un legame con il trascendente che nemmeno il furto della reliquia ha potuto spezzare e che noi possiamo ricordare a quasi cento chilometri di distanza nella piccola chiesa dei Guantai.

Madonna di Sieti

E le lacrime della Vergine per il Figlio morto o per le afflizioni causate ancora dall’umanità sono quindi commemorate in un luogo che prende il nome di Nazareth, probabilmente dovuto alla posizione isolata, elevata e quasi mistica della collina. Per i fedeli del tempo, salire verso le “terre di Nazareth” napoletane doveva offrire un distacco dal mondo terreno che ricordava i mistici luoghi della Galilea.

Una malinconica Contessa nascosta nel bosco 

Tornando indietro verso i Cangiani e costeggiando la strada di Guantai ad Orsolone. Ci si imbatte in un sentiero che conduce al così chiamato Bosco della Contessa, un frammento di Napoli segreta, un’enclave temporale sospesa tra la zona di Santa Croce e l’alto di via Orsolone ai Guantai. Questa selva selvaggia era l’unica via che, prima del tracciamento della strada ottocentesca che percorriamo attualmente, collegava i Guantai ai Cangiani. La vegetazione ancora oggi sembra farsi custode di un segreto di pietra: è la dimora nota come casa della Contessa. L’antico edificio sorge solitario su una collina, quasi assediato da castagni secolari e intricati cespugli d’edera che ne celano i contorni. La sua architettura, una tipica struttura a corte con il volume principale posto sul fondo del recinto, racconta di un’autosufficienza d’altri tempi. Superato l’alto muro di cinta in tufo, ci si ritrova in un cortile che un tempo pulsava di vita domestica, dove ancora si distinguono i volumi del forno, del pozzo e della cucina, piccoli satelliti di un sistema pensato per la quiete e il lavoro. Entrando negli ampi locali del piano terra, anticamente adibiti a cantine e depositi, lo sguardo viene rapito da coperture a cupola in pietra, realizzate con conci lapidei che sfidano i secoli. Una scala a due rampe, oggi pericolante e priva di molti gradini, conduce ai piani nobili. Qui, il silenzio è interrotto solo dai resti dei camini che un tempo riscaldavano le numerose camere, mentre un’ampia balconata sul prospetto secondario si apre come un  sipario su un panorama mozzafiato, affacciato su un giardino interno che la natura si sta lentamente riprendendo. Eppure,nonostante la sua maestosità, la villa porta i segni di un abbandono lungo quasi un secolo. I solai in legno sono in gran parte crollati e le coperture mancano, lasciando che il cielo entri nelle stanze nobiliari.

Casa della Contessa

Il bosco tra natura e leggenda

Entrare nel bosco della Contessa è come entrare nel bosco delle favole. Siamo in piena città ancora nel castagneto dei Camaldoli e i rumori della città arrivano ovattati.

Il viale di accesso è circondato da un viluppo di rami spinosi dove da piccoli fiorellini bianchi matureranno le nere more di rovo, per distinguerle dai lamponi  more di macchia e da le more di gelso.  Oltre a crescere spontaneamente nei nostri boschi, i rovi vengono utilizzati per realizzare siepi, forse per esplicare quel significato simbolico di forza e di difesa che ha acquisito nel tempo. Un’altra interpretazione è quella legata alla sofferenza e al sacrificio delle corona di spine con cui incoronarono Gesù. I frutti delle more sono drupe che si possono mangiare fresche (quanti di noi durante trekking e passeggiate ce ne siamo cibati), ma anche sottoforma di conserve anche miste, come la confettura ai frutti di bosco.
Ci si inoltra nel bosco, piano, non alzando gli occhi, teniamo lo sguardo basso ammaliati dal sottobosco che riprende vita con la primavera. Il sottobosco è formato da una vegetazione sciafila, che ha bisogno di poca luce, fatta di arbusti ed erbacee che crescono all’ombra degli alberi,  in zone non direttamente colpite dal sole.


Sbocciano i fiori, come la Pervinca o Vinca, un fiore dal caratteristico colore dato dalla combinazione di blu, turchese, viola e grigio che lo fa rientrare nella scala dei colori di Pantone con il codice 2717C, anche se le sfumature possono andare dal bianco al rosa. Nel linguaggio dei fiori rappresenta l’amicizia, la fedeltà duratura e l’amore, specie nella sua variante dai colori più carichi. Infine come non citare il grande poeta Giovanni Pascoli che nella raccolta Myricae intitola una poesia proprio “Pervinca” in cui esplora il legame tra natura, malinconia e memoria in un’atmosfera crepuscolare dove il fiore diventa un legame tra il terrestre e il divino.

Pervinca

Si continua a passeggiare ed ecco che i pastorali o le chiavi di violino delle felci cominciano a srotolarsi. Non che la felce conduca le greggi o ci allieti con un concerto, come i nomi dei suoi germogli farebbero pensare, ma le foglie nascono così: avvolte su loro stesse a causa della differente velocità di crescita della pagina inferiore rispetto a quella superiore. Sappiamo che le felci essendo Pteridophyte non fanno fiori e si riproducono tramite spore che si formano nella pagina inferiore della foglia. Le felci infatti sono le piante vascolari più antiche, si stima che siano apparse sulla terra circa 400 milioni di anni fa, in ambienti caldo umidi. Come si può vedere, le specie erbacee, sono arrivate ai giorni nostri adattandosi a vivere nei sottoboschi proprio per la maggiore umidità e la minore esposizione al sole. In alcune zone del mondo si possono ammirare ancora esemplari arborei e volendo anche negli orti botanici come quello di Napoli.

Pastorale di Felce

La vita del sottobosco è varia. Piante come l’euphorbia dalle infiorescenze circondate da brattee giallo verdastro spesso sono scambiate per veri e propri fiori; il suo lattice, che sprigiona nel caso fosse spezzata o danneggiata è fortemente irritante sia per la pelle che per le mucose.

Euphorbia

Non mancano gli anemoni simili a margherite, di un bel colore azzurro come le pervinche, ma che appartengono alla famiglia delle Ranuncolacee, i cui petali vengono portati via molto facilmente dal vento ed ecco il nome dal greco ànemos, vento appunto, ed è forse proprio per questo che nel linguaggio dei fiori rappresenta la fragilità ma anche la speranza.

Anemoni

Alzando il nostro sguardo agli alberi, li vediamo avvolti o meglio avvinti, come cantava Nilla Pizzi in un Sanremo di qualche anno fa, “avvinta come l’edera”. Sì, la pianta su cui volevamo soffermarci in questa storia è proprio l’edera, la regina del sottobosco.

Edera

L’edera è una pianta rampicante che cresce coprendo i suoi sostegni, ma nel caso degli alberi non li uccide anzi, si comporta come una protettrice dei luoghi in cui vive. Crea tappeti sui terreni evitando il propagarsi di infestanti. Cresce avvolgendo gli alberi non come parassita, anche se può causare la morte degli esemplari più deboli, favorendo la rigenerazione del bosco. L’edera è una pianta velenosa anche se decotti, infusi e altri preparati per uso esterno vengono ancora usati in fitoterapia. In natura offre un ambiente protetto a molte specie di animali invertebrati e vertebrati, mentre isola e protegge da sbalzi termici le nostre abitazioni.

Bella pianta l’edera con le sue foglie persistenti di un bel verde lucido alle volte striate di bianco.

E sì, come si dice a Napoli,  Ll’ellera addó s’attacca more,  perché  rappresenta il legame indissolubile, l’amore eterno che ha fine solo con la morte. Così come dal motto araldico “Neque mors separabit” rappresentato appunto da un albero avvinto dall’edera. Chissà che quindi anche in questo intrigante bosco non voglia raccontarci qualcosa sui legami, il senso di protezione e la determinazione.

La storia del bosco si intreccia inevitabilmente con il fascino della leggenda. Si narra infatti, ma non sappiamo a quale versione della storia dare più credito, di una misteriosa nobildonna che scelse questo ritiro per sfuggire ai rigori e ai pettegolezzi della corte borbonica, alimentando racconti popolari che parlano di solitudine cercata o di incontri clandestini celati dalla vegetazione. O forse ancora, come racconta Lello – la nostra guida che tra i castagni della Contessa ci è praticamente cresciuto –  la dimora fu eretta dall’amore e dalla preoccupazione di un padre affettuoso per sua figlia, una creatura fragile che soffriva di una malattia polmonare che forse la natura incontaminata e l’aria buona della zona potevano guarire. Tra le poche notizie un cognome riferito alla villa lo abbiamo trovato: Fontanarosa, anche se per l’appunto si tratta di uno sarno dato che poco altro ci racconta. I Fontanarosa furono una delle famiglie più influenti nell’area della collina dei Camaldoli e di Pianura. Il loro nome è legato indissolubilmente alla gestione di vasti possedimenti terrieri in quelle che venivano chiamate le “Terre di Nazareth”.

Oggi, il Bosco della Contessa è un mosaico di proprietà private e sentieri forse liberi, divenuto una meta d’elezione per gli appassionati di Mountain Bike. I ciclisti percorrono i sentieri urbani che partono dal Rione Alto, cercando quella “via di fuga verde” dove il paesaggio del Settecento ha miracolosamente resistito all’avanzata del cemento degli anni ’60 e ’70. Per chiunque si trovi a percorrere via Orsolone, le alte cinte murarie restano lì a testimoniare l’esistenza di un mondo antico, un prodigio di sopravvivenza naturale che continua a vegliare sulla città.

Per approfondire

ASNa, Corporazioni religiose soppresse, vol. 2063

Paradiso, Arenella e dintorni. Ville e chiese, Napoli 2000,

‘A nave cammina e ‘a fava se coce Claudio Pennino Edizioni IntraMoenia 2025

https://www.storiacity.it/guide/1160-zona-dell-orsolone-napoli

https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/82732/Chiesa+di+Santa+Maria+del+Paradiso

La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”

Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Barbara de Caprio è una naturalista. Si occupa di divulgazione e ricerca, miti, leggende e storie di luoghi naturali in ambito urbano e periurbano.
Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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