La Masseria Antonio Esposito Ferraioli, ad Afragola, è uno spazio di circa dodici ettari dove gli orti si alternano agli alberi da frutto, al vigneto, al boschetto e agli spazi comuni. Ci sono famiglie che coltivano i propri appezzamenti, alberi piantati negli ultimi anni e luoghi pensati per accogliere attività educative e iniziative sociali. Non è sempre stato così. Per circa vent’anni questo spazio è rimasto abbandonato, dopo essere stato confiscato alla criminalità organizzata.
La Masseria Ferraioli è il più grande bene confiscato alla criminalità organizzata dell’area metropolitana di Napoli. Confiscata nel 1997 al clan Magliulo, nel 2005 fu destinata al patrimonio indisponibile del Comune di Afragola per finalità sociali. La sua nuova storia comincia il 1° marzo 2017, quando, attraverso un bando pubblico, viene affidata a una rete composta da cinque realtà: il Consorzio di Cooperative Sociali Terzo Settore, la Cooperativa sociale L’Uomo e il Legno, la Cooperativa Giancarlo Siani, l’Associazione di volontariato Sott’e’ncoppa e la Camera del Lavoro Metropolitana di Napoli – CGIL.
L’interesse per recuperare questo spazio, però, nasce ancora prima.
Già nel 2010 eravamo interessati – racconta Giovanni Russo, presidente dell’associazione Sott’e’ncoppa. All’epoca io ed alcune famiglie di ragazzi neurodivergenti siamo venuti a chiedere questo spazio al Comune, ma l’abbiamo ottenuto solo nel 2017 vincendo il bando.
La Masseria viene intitolata ad Antonio Esposito Ferraioli, detto Tonino. Cuoco alla mensa dello stabilimento FATME di Pagani, scout e delegato sindacale della CGIL, aveva 27 anni quando, il 30 agosto 1978, venne ucciso dalla camorra. Si batteva per i diritti dei lavoratori e aveva denunciato irregolarità nelle forniture della mensa in cui lavorava. Il riferimento alla sua storia entra fin dall’inizio anche nel progetto della Masseria.
Eravamo consapevoli che non ci saremmo mai potuti misurare con l’attività agricola di un’azienda – spiega Russo – e questo ci spinge a riferirci alla storia di Antonio Esposito Ferraioli, anche perché lui era un cuoco.
Accanto alla vendita diretta di prodotti freschi e a chilometro zero nasce così l’idea della loro trasformazione, per aumentarne il valore e costruire intorno alla terra anche opportunità di lavoro.
Nel 2019 la Masseria entra nel racconto di Urbano Rurale – Orti in città, il documentario dedicato alle esperienze di agricoltura urbana e agli orti dell’area napoletana, di cui il video è parte. All’epoca il progetto aveva appena due anni: sono nati gli orti sociali, sono stati piantati i primi alberi e intorno alla Masseria prendeva forma una comunità. Russo ci raccontava la complessità di costruirla, mettendoci in guardia da una rappresentazione troppo semplice di chi lavora su un bene confiscato: Non chiamateci eroi.
Dietro la coltivazione della terra c’è già un’ambizione più ampia: costruire relazioni, dignità attraverso il lavoro e strategie alternative di carattere comunitario. Riguardare quelle immagini oggi significa allora tornare a un’esperienza ancora giovane e chiedersi che cosa ne sia stato, sette anni dopo, di quella scommessa.

Siamo tornati alla Masseria il 1° ottobre 2026.
Oggi il cuore del progetto sono 308 orti sociali da 50 metri quadrati, affidati ad altrettante famiglie. Intorno sono cresciuti il Museo Vivente della Biodiversità, il vigneto di asprinio, il boschetto, le arnie, il giardino didattico e gli spazi comuni. Alla dimensione agricola si sono affiancati nel tempo eventi, attività educative, percorsi di inclusione e nuove iniziative sociali.
Nei primi sette anni sono stati piantati complessivamente 7.500 alberi, mentre il Museo Vivente della Biodiversità è arrivato a raccogliere oltre 4.000 alberi da frutto. La Masseria comprende inoltre circa diecimila metri quadrati di vigneto, altrettanti di boschetto e un apiario.

Ma forse il cambiamento più interessante non si misura soltanto in quello che è stato costruito o coltivato.
Le famiglie hanno le chiavi della Masseria e partecipano alle assemblee mensili attraverso cui viene gestito il luogo. Accanto agli appezzamenti individuali ci sono aree comuni che gli ortisti sono invitati a utilizzare e curare insieme.
Incoraggiamo gli ortisti a non chiudersi nel loro orto, ma a stare qui e curare anche questo spazio come luogo collettivo, racconta Russo mostrandoci una di queste aree.
È forse in questa piccola differenza, tra coltivare il proprio pezzo di terra e prendersi cura anche di ciò che sta fuori dal proprio recinto, che si legge una parte importante del percorso fatto in questi anni. Perché costruire una comunità non significa immaginarla priva di contraddizioni.
È una comunità che al suo interno ha tutte le criticità dell’esterno. Creare una comunità non sottende che sia perfetta. Però è una comunità che quando sta qui si unisce per avere delle finalità comuni.
C’è poi una domanda che attraversa l’intera esperienza: cosa significa davvero restituire alla collettività un bene confiscato?
Per Russo, recuperare uno spazio non basta. C’è il tema della sostenibilità economica e, soprattutto, quello del reddito.
La sfida ai clan noi la vinciamo se riusciamo a produrre lavoro.
La criminalità riesce a radicarsi anche offrendo risposte laddove lo Stato non riesce a darle. La sfida diventa allora riuscire a produrre lavoro sano, stabile e retribuito dignitosamente.
Non è stato un percorso semplice. Quando i nuovi gestori entrarono nella Masseria nel 2017, il bene era abbandonato e persino i suoi confini non erano chiaramente riconoscibili. Arrivarono furti, danneggiamenti e minacce; in una sola notte furono rubati i primi cento alberi appena piantati.
Anche il rapporto con il territorio circostante è stato costruito nel tempo. Dopo la confisca, il bene era rimasto inutilizzato per circa vent’anni, un’assenza abbastanza lunga da alimentare persino il ragionamento secondo cui si stava meglio quando c’era il boss che in precedenza aveva esercitato sul territorio una propria forma di presenza.
La relazione con il circondario è stata all’inizio complicata, ma è stata in salita: ci siamo fatti voler bene da quasi tutti.
La Masseria del 2026 non è quindi quella raccontata nel documentario del 2019. È cresciuta per stratificazione, aggiungendo attività, persone e funzioni, ma mantenendo al centro alcune domande nate insieme al progetto: come si restituisce davvero un bene alla collettività? Come si costruisce comunità? E come può un luogo sottratto alla criminalità produrre un’alternativa concreta?
Il 5 settembre 2026 una nuova prova è arrivata con un incendio di origine dolosa, partito da un rogo di rifiuti nella vicina via Lampedusa e propagatosi, anche a causa del forte vento, all’interno della Masseria. Le fiamme hanno attraversato circa 40mila metri quadrati, distruggendo circa 1.500 alberi del Museo Vivente della Biodiversità e danneggiando l’impianto di irrigazione.
Non un atto intimidatorio rivolto direttamente contro la Masseria, ma una ferita che racconta anche la fragilità ambientale del territorio in cui questa esperienza è cresciuta. Ancora una volta la risposta è stata quella di ricostruire e ripiantare.
Il rapporto con il territorio emerge con forza anche dalle parole di Russo.
Qui a Napoli Nord, quindi Afragola ecc., a parte il parco che sta a Cardito, il Parco Taglia, non ci sono spazi verdi, zero. Non ci si può spostare a piedi, è necessario prendere la macchina per fare tutto.
In questo contesto, i dodici ettari della Masseria assumono un significato che va oltre quello del bene confiscato. Sono uno spazio verde, un luogo di incontro e un’esperienza che prova a mettere in relazione agricoltura, inclusione e partecipazione.
Il prossimo passaggio importante arriverà il 1° marzo 2027, quando termineranno i primi dieci anni di affidamento. La convenzione e il regolamento comunale contemplano la possibilità di un rinnovo; spetterà al Comune scegliere se proseguire con gli attuali gestori o procedere attraverso un nuovo bando.
È un passaggio ancora aperto, ma arriva dopo quasi dieci anni che consentono ormai di osservare questa esperienza non soltanto per ciò che prometteva di diventare, ma per ciò che è riuscita a costruire.
Quando gli chiediamo di immaginare una Napoli più rurale e più verde, Russo ribalta la domanda.
Io penso che non sia un’opzione questa. O creiamo una Napoli più rurale, più verde, o non esisteremo più. Credo che ci sia poco da immaginare e più da fare con urgenza.

Recuperare le aree abbandonate, creare orti urbani e sociali, coinvolgere famiglie, cittadini e persone con fragilità sono azioni possibili già oggi.
Queste cose si possono fare e noi le stiamo già facendo.
Forse è proprio questa la parte meno visibile, ma più interessante, della storia dei beni confiscati: l’assegnazione non è il punto di arrivo. È l’inizio.
Dopo vengono gli anni necessari per trasformare uno spazio sottratto alla criminalità in un luogo vissuto, riconosciuto e difeso da una comunità. Masseria Ferraioli continua a mettere radici proprio per questo: perché quelle radici non sono soltanto quelle degli alberi piantati nei suoi dodici ettari, ma quelle di un’esperienza collettiva che continua a resistere, cambiare e immaginare il proprio futuro.
Ecco la scheda della Masseria Antonio Esposito Ferraioli!