La settima puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta i nomi di alcune strade napoletane.
Mortelle, ceuze, olmi e memoria: cosa ci raccontano i nomi verdi delle strade napoletane?
La toponomastica vegetale napoletana conserva una sorta di “cartografia fossile” del paesaggio naturale precedente all’urbanizzazione. Forse non è immediatamente lampante quanto il nome di una strada possa raccontarci della natura nei luoghi o forse della natura nei luoghi. In questo breve itinerario vorremmo ripercorrere con i gentili lettori tre strade della città che con i loro nomi conservano traccia della presenza di alberi, arbusti, giardini che un tempo dovevano caratterizzare in maniera del tutto peculiare i luoghi in cui si trovavano.
Così si può dire ad esempio della zona delle Mortelle che, registrata ancora oggi nei toponimi di Vico Mortelle a monte i gradoni di Chiaia oppure San Carlo alle Mortelle, si dispiega sotto le balze scoscese del ritiro di Orsola Benincasa, un’estatica monaca di casa che fu all’origine dell’Ateneo napoletano di Corso Vittorio Emanuele che oggi porta il suo nome.

Enormi distese di mirto allietavano il soggiorno dei nobiluomini che a partire dalla metà del XVI secolo cominciarono a costruire in questa zona, lontana dal caos della città, le proprie ville di delizie. Vengono in mente a comprova le parole pronunciate da Giulio Cesare Capaccio nel suo Forastiero che, nel descrivere compiutamente le bellezze dell’amenissima città di Napoli al turista seicentesco, asseriva:
“Dei giardini non dirò altro, sol che passeggiando sotto le pergole di aranci, di cedri, di limoni, vedendo tanta verdura di spalliere, odorando una fragranza di mortelle e di fiori, mi ha fatto stare in forse, se in Napoli il Paradiso terrestre si ritrova”
Le ricerche storiche più recenti, tuttavia, hanno messo in discussione questa spiegazione, collegando il toponimo alla famiglia spagnola Trojanis y Mortela. Non escludiamo nessuna delle due teorie, specie considerando le testimonianze dei cronisti che sovente fanno riferimento alla presenza massiccia di mirto nella porzione collinare che prelude a Chiaia.
Mirto o mortella? Con questi due termini si identifica sempre il Myrtus communis, tipicissima pianta di macchia mediterranea dall’inconfondibile profumo, infatti myrtos deriva dalla parola greca myron che significa essenza profumata. Altri pensano che possa derivare da Myrsina una ragazza attica uccisa da un giovane che lei vinse in gare sportive e trasformata dalla dea Atena in una pianta di mirto.

Una pianta molto utilizzata in Sardegna, dalla cucina alla farmacopea, senza dimenticare il liquore che si può fare sia di bacche mirto nero, sia di foglie mirto bianco. Nell’arco del tempo il mirto ha assunto diverse simbologie alludenti all’amore e …alla morte. Nell’antichità era la pianta sacra ad Afrodite o Venere. Si narra infatti che, nata dalle acque del mare, la dea della bellezza si sia rifugiata in un boschetto di mirto per nascondersi dallo sguardo di un satiro. La stessa Afrodite, si cinse il capo con una corona di mirto nel momento in cui Paride la scelse come dea più bella. Il mirto era ritenuto simbolo di fertilità non solo nelle antiche civiltà mediterranee, ma anche in paesi come l’Inghilterra dove era inserito nei bouquet delle spose come augurio completo. Così la corona di mirto, la corona myrtea o ovalis, nell’antica Roma simboleggiava l’ovatio, una forma minore di trionfo riservata alle vittorie in guerra senza spargimento di sangue o verso nemici di rengo inferiore come i pirati. E infine l’odorosa pianta era stata chiesta in cambio della madre a Dioniso quando scese nell’Ade per liberarla. Il mirto diventa così anche simbolo di morte, ma nella sua accezione di naturale evolversi del ciclo della vita.
L’antica Roma comunque era considerata la città del mirto. Plinio il Vecchio racconta che due esemplari furono piantati davanti al tempio di Quirino sul colle del Quirinale, ma sembra che nel territorio su cui fu fondata Roma già ci fossero delle piante di mirto spontanee.
Ma volendo tornare a Napoli è nella letteratura barocca che abbiamo forse la sintesi più compiuta dell’intensa simbologia di questa pianta. Giambattista Basile, nel suo celebre Pentamerone (1634), intitola una delle sue fiabe più famose proprio La Mortella, raccontando la storia di una fanciulla nata da un ramo di mirto per l’ardente desiderio di una contadina che non poteva avere un bambino in carne ed ossa. Quando lo partorisce, lo pianta in un vaso che poi venderà a un principe, affascinato dalla pianta. Ogni notte dal mirto vien fuori una splendida fanciulla di cui il giovane si innamora. I due vivono incontri segreti protetti dal buio, ma sette dame invidiose scoprono la ragazza e la riducono in pezzi. Disperato, il principe cura i resti del mirto spezzato e sanguinante, così dalle radici germoglia un nuovo rametto da cui la fanciulla risorge integra. Inevitabile il lieto fine riparatore: i due si sposano, mentre le dame colpevoli vengono punite.
Riferimenti alla mortella come decorazione domestica e natalizia compaiono sia nei resoconti di viaggio del Grand Tour che nelle poesie in dialetto napoletano dedicate al Natale classico, dove il binomio “musco e mortella” identifica per antonomasia l’allestimento del presepe con ramoscelli di mirto impiegati dagli artigiani e dalle famiglie per simulare gli alberi e la fitta vegetazione ad alto fusto della scenografia del presepe napoletano del Settecento e dell’Ottocento.
Arriviamo ad una particolare curiosità: pare che la mortadella, il noto insaccato bolognese, abbia preso proprio il nome dalla nostra profumatissima pianta. In effetti, prima che arrivasse il pepe dall’oriente, le carni venivano insaporite con bacche di mirto chiamato appunto anche mortella la cui assonanza con “mortadella” ne comproverebbe il legame.
Le alcove sensuali della regione delle Ceuze
Non poco distante dalla zona delle Mortelle è l’altro paradisiaco angolo di ristoro dove, unitamente alla piacevolezza estetica della fruizione della grandezza della natura, i nomi delle vie ancora raccontano di un’ardita e precoce attività imprenditoriale. Infatti nella parte meridionale dei quartieri spagnoli vi è ancora il lunghissimo vico, quasi un decumano, intitolato VICO LUNGO GELSO, nominato così perché al principio del XVI secolo il Conte di Cariati, Giovan Battista Spinelli, s’incapricciò di impiantare nella zona una coltivazione intensiva di gelsi, nutrimento essenziale dei bachi da seta che costituivano l’anima dei suoi affari di commerciante di sete. In verità le antiche fonti non li nominano “gelsi”, ma “celzi” o “ceuze”, a indicare anche tutta la zona tra San Martino e i Quartieri Spagnoli che poi fu detta sopra i quartieri. Qui, tra le molli accoglienze delle grandi foglie di gelso, le distese vegetative erano tanto vaste da offrire riparo per le coppie di innamorati in cerca di intimità, prima di lasciare il posto ad abboccamenti meno sinceri e più venali, dal momento che la zona divenne presto nota nel Seicento come luogo in cui si esercitava il meretricio, in più luoghi dei quartieri fatti realizzare dal viceré Pedro de Toledo per acquartierare i soldati di stanza su Castel S. Elmo.

La vasta zona, sino a quel momento popolata solo per scampagnate di diporto e fughe amorose, comincia a divenire oggetto di edificazione via via più intensiva dopo la prima metà del XVI sec., a seguito cioè della costruzione della grande arteria vicereale della Strada di Toledo, cuore pulsante in realtà dell’organismo urbano occidentale voluto dal viceré omonimo della via per costituire una vera e propria cittadella degli spagnoli. Ecco che, di quanto raccontiamo, meglio di noi certamente può dire il grande Salvatore Di Giacomo che a questi luoghi prestò la sua attenzione di studioso quando trattò, in un’opera estremamente godibile che consigliamo in bibliografia, lo sviluppo storico della prostituzione a Napoli.
E leggiamo quindi che nella zona delle Ceuze:
“davano i gelsi prosperanti frutti ora mori ora bianchi a ‘ primi giorni di giugno e quel dolce loro odore e l’aria già tepida rimescolavano le giovani popolane e i loro accesi amanti, e costoro, a dispetto delle prammatiche, ne pigliavan baci anche a forza. Così, a volte, pareva che un soffio boccaccesco percorresse la gioconda collina ove, tra gli altri, i soldati spagnuoli o cercavano o donchisciottescamente conducevano a spasso le lor poco scrupolose innamorate” (pp. 80-81).
Arriva dall’Oriente il gelso su quella via denominata appunto “della seta”. Il gelso bianco Morus alba ci dà le caratteristiche infruttescenze, i sorosi (termine che abbiamo già incontrato per l’ananas) di colore bianco.

È stato importato in Europa per l’animaletto che si nutre delle sue foglie, il Bombyx mori… proprio il baco da seta. La povera bestiola è vittima del suo stesso prodotto, un filo molto pregiato di seta in cui si avvolge per effettuare la metamorfosi e diventare adulto. Il filo viene prodotto da due ghiandole parallele grazie all’unione di due proteine, fuoriesce da due fori posti ai lati della bocca sotto forma di bava che a contatto con l’aria si indurisce. Il baco si avvolge il filo intorno al corpo con dei movimenti a otto del capo e il frutto del suo lavoro ininterrotto può raggiungere una lunghezza variabile tra i 300 e i 900 metri. A fine metamorfosi la falena fuoriesce bucando il bozzolo e quindi rendendolo inutilizzabile ai fini tessili. Gli allevatori di bachi uccidono l’insetto mettendo il bozzolo in acqua bollente che permette anche il dipanamento del filo. In alcune culture la crisalide morta viene mangiata. Solo pochi esemplari concludono la metamorfosi per perpetuare la discendenza. Queste povere creature oramai sono completamente evolute per fini puramente umani, infatti non volano e non si nutrono. Una volta usciti dal bozzolo si devono solo riprodurre. I frutti dei gelsi comunque specie per la variante nigra sono ricchi di antiossidanti, vitamina C, ferro, potassio e magnesio e sono degli ottimi integratori naturali. Anche un altro albero, l’Ailanto, è arrivato dall’Oriente anche per tentare di allevare la Samia cynthia come alternativa al tradizionale baco da seta, perché produce una fibra di qualità scadente rispetto al baco del gelso. L’attività tessile quindi fallì e, perdipiù, l’ailanto è attualmente considerato un infestante, a causa di rilascio nel terreno di alcune tossine che non permettono la crescita ad altre piante. A sua difesa aggiungiamo però che se ne ottiene un miele dalle proprietà antibiotiche e che è considerato un tonico naturale.
Olmi, porti di mare e commende templari. L’albero del sostegno, del rinforzo positivo e della chiarezza mentale.
Conviene a questo punto proseguire verso la città antica che siede su un pianoro digradante verso il mare e incamminarci dal Porto piccolo, che anticamente prendeva nome di Mandracchio, verso i quartieri bassi.
Incontriamo, all’altezza di Forcella, un toponimo storico semi-scomparso ed enigmatico, già pienamente stabilizzato nel XVI secolo, Piazza dell’Olmo. Ce ne fornisce una traccia la presenza della chiesa di Santa Maria Egiziaca detta “all’Olmo”. E qui, lungi dall’aprire parentesi di erudizione toponomastica, ma per andare giusto un pelino più a fondo nella storia e nella geografia del nome, ricordiamo che il toponimo faceva evidentemente riferimento alla presenza di un grosso olmo, semioforo vegetale di una zona caratteristica dei quartieri bassi, quella dell’Egiziaca appunto, ma anche del Centro Antico della città, nella zona di San Gregorio Armeno, precisamente presso la chiesa di San Biagio che appunto era detta per la presenza dell’imponente albero anche San Biagio all’Olmo. Dunque adesso dipaniamo la matassa toponomastica e geografica precisando che è presumibile che la presenza eccezionale di questo esemplare naturale, connotando più di una zona della città, determinava una moltiplicazione toponomastica e di senso. La tradizione riportata nelle fonti storiche dice che l’albero era un elemento caratteristico dello spazio e che vi venivano appesi i premi e trofei dei vincitori delle giostre e delle corse. Il già citato Capaccio fa derivare la parola Olmo dal greco ormos, ossia “porto”, giustificando così l’uso del toponimo anche per la parte terminale della grande Strada di Porto, distrutta dal Risanamento a fine Ottocento, e sostituita dalla trafficata via Depretis.

In questo senso allora parrebbe di dover rinunciare all’albero come spiegazione, ma secondo Benedetto Croce nulla proverebbe questa derivazione fantasiosa descritta da Capaccio. Per mantenere la promessa fatta a chi legge di non scivolare nella pedanteria diremo semplicemente che il toponimo di Piazza di Porto o dell’Olmo, attestato comunque sin dal 1545, epoca dell’installazione nei suoi pressi della celebre Fontana della Coccovaja, se per un verso conserverebbe la memoria della geografia marittima dell’antica Napoli, dall’altro non esclude che anche qui possa esserci stato un grosso olmo, considerato che nella variante del toponimo che ricorre, “ulmus” che in latino vale “olmo”, c’è più familiarità con l’albero che con il porto.
Abbiamo detto delle chiese, San Biagio e Santa Maria Egiziaca, che nella loro denominazione fanno riferimento a un olmo scomparso. Bisogna tornare ai Templari. Infatti pare che sia stato proprio quest’ordine cavalleresco a unire chiese e olmi per una caratteristica agronomica di questa pianta. Per converso nella cultura medievale un albero antico posto accanto a una chiesa, una cappella, una fonte o un insediamento religioso poteva diventare parte integrante della memoria del luogo. Con il passare dei secoli, quando l’origine documentaria veniva dimenticata, l’albero stesso poteva diventare il punto intorno al quale si costruiva una tradizione. Si tratta in generale di una pianta carica di simbologia non solo qui in Italia, ma un po’ in tutta Europa, anche se spesso viene confusa con la quercia e, tornando ai templari, pare che il loro tesoro fosse sepolto sotto un olmo, o forse una quercia?
Utilizzando il titolo di una famosa rubrica de la settimana enigmistica, forse non tutti sanno che gli olmi sono utilizzati con le piante di vite. Infatti le viti hanno bisogno di sostegni perché sono delle rampicanti e gli olmi risultano essere gli alberi adatti perché si nutrono a distanze diverse dalle viti e sono quindi ideali per la convivenza. Non si danno fastidio! E siccome la vite spesso si identificata con Gesù ecco che l’olmo diventa simbolicamente un sostegno anche spirituale. Andando ancora più indietro nel tempo, anche gli antichi greci e romani caricavano l’olmo di simboli per lo più positivi. Virgilio lo nomina nell’Eneide ponendolo all’ingresso della Grotta della Sibilla perché considerata la pianta della “chiara visione, divinazione e profezia” che
“nel mezzo spande i rami, decrepite braccia, / un cupo immenso olmo ove a torme albergatori/ si dice, i fallaci sogni che alle foglie sono sospesi” (Eneide VI,282-284).
Infatti, l’olmo è sacro a Morfeo proprio perché considerato l’albero dei sogni. È legato anche alla famiglia, in quanto le spose gli chiedono la fecondità. Infine essendo una pianta che può vivere anche 500 anni, ha radici ben salde che simboleggiano longevità e forza.

L’olmo è un albero che aiuta e proteggere non solo simbolicamente, ma fin dell’antichità era usato in fitoterapia come panacea, se non di tutti, di molti mali. Foglie e corteccia utilizzate per le proprietà astringenti, depurative, sudoripare e toniche. L’olmo, sottoforma di macerato glicemico, è ottimo per i problemi di pelle come eczema, dermatite e sudorazione eccessiva. I giovani frutti sono consumati in insalate donando un sapore fresco simile alle nocciole e una nota croccante che gli chef contemporanei chiamerebbero crunch.
Curiosità
La rete ci offre alcune ricette erboristiche in cui viene utilizzato il mirto che lasciamo alla mercè e al giudizio della curiosità del lettore:
Ricette di erboristeria con il mirto
Come aperitivo e digestivo: masticate lentamente prima del pasto 2-3 bacche fresche.
Per favorire la digestione: in una tazza d’acqua bollente infondete per 10 minuti un cucchiaino di foglie secche, filtrate, lasciate intiepidire, bevete all’occorrenza dopo il pasto.
Per arrestare la diarrea: infondete 50 g di foglie secche in 1 l d’acqua bollente per 10 minuti, filtrate, fate raffreddare, dolcificate con miele di castagno, bevete fino a 4 tazze al giorno. In alternativa, 10 gocce di tintura madre su una zolletta di zucchero 3 volte al giorno.
Per lenire gengiviti, mucose irritate o emorroidi: infondete 30 g di fiori e foglie secche in 1 l d’acqua bollente per 10 minuti, filtrate, fate raffreddare, fate degli sciacqui o applicate per 10 minuti alla parte irritata una pezzuola imbevuta; ripetete il trattamento 3 volte al giorno.
Per lucidare i capelli neri: preparate un decotto di 150 g di bacche schiacciate e bollite in 2 litri d’acqua per 15 minuti, lasciate raffreddare, filtrate e utilizzate per l’ultimo risciacquo.
Per approfondire
Giambattista Basile, Il Pentamerone, ossia La fiaba delle fiabe, traduzione dall’antico dialetto napoletano e note storiche a cura di Benedetto Croce, 2 volumi, Bari, G. Laterza & figli, 1925.
Giulio Cesare Capaccio, Il Forastiero, ristampa anastatica dell’edizione del 1634 con nota introduttiva e documenti a cura di Franco Strazzullo, Sorrento, Di Mauro Editore, 1993.
Benedetto Croce, “L’agonia di una strada”, in Napoli Nobilissima, vol. III, 1894, pp. 177-180.
Salvatore Di Giacomo, La prostituzione a Napoli nei secoli XV, XVI e XVII. Documenti inediti, con una lettera inedita di Tammaro de Marinis e una nota di Max Vajro, Napoli, Edizioni del Delfino, 1968
Publio Virgilio Marone, Eneide, traduzione e cura di Alessandro Fo, note di Filomena Giannotti, Torino, Einaudi, 2012.
Claudio Pennino ‘A nave cammina e ‘a fava se coce, Intra Moenia, 2025.
Plinio il Vecchio, Storia Naturale. XV: Botanica, a cura di Gaetano Curcio, BUR Rizzoli, Milano, 1995.
La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”
Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.