L’ottava puntata della rubrica “Luoghi e radici” raccontano delle piante che sono state all’origine di leggende, tradizioni e storie.
La realtà spesso supera la fantasia, ma accade anche più sovente che la fantasia nutra e plasmi la nostra realtà. In questa nuova incursione tra radici memoriali e storia della città vorremmo condurvi in un percorso magico e leggendario tra le piante che sono state all’origine di leggende, tradizioni e storie più o meno misteriose.
Se si comincia a camminare dalla Piazzetta di Santa Maria la Nova e si imbocca lo scuro vicolo che scende verso il Rettifilo intitolato al cantante e attore Aurelio Fierro, si giunge a quello che oggi è poco più di un mozzone di strada. È qui, osservando la parte sinistra della via, che dobbiamo evocare il ricordo della più leggendaria taverna della città, il Cerriglio. Una tradizione toponomastica, ripresa da Gino Doria, riconduce il nome Cerriglio al napoletano cierro, cerro, ipotizzando una relazione con la presenza antica di querce nel luogo. L’etimologia non è tuttavia pacifica: Benedetto Croce, discutendo il toponimo sulle colonne della celebre rivista di topografia napoletana Napoli Nobilissima, riporta anche la spiegazione del cronista seicentesco Carlo Celano, che lo riconduce al soprannome del fondatore della celebre taverna. Il luogo è dei più portentosi, per aver come i più sanno ospitato tra i suoi tavoli ricolmi di vino e vivande rigeneranti anche il celebre Michelangelo Merisi da Caravaggio, nel suo soggiorno napoletano del 1609, permanenza che si sarebbe conclusa a fine pasto con una zuffa costata al pittore qualche cicatrice. Descritta nella pregnante espressione di “antro pantagruelico” da Salvatore Di Giacomo nel suo Taverne famose napoletane, l’osteria del Cerriglio è luogo chiuso, affollato, fumoso, sensuale e promiscuo, nel quale convivono cibo, vino, musica, gioco e incontri clandestini. Tra le fonti del celeberrimo scrittore vi è un documento scomparso della fine del XV secolo, l’Inventario et cunto de tutte le fontane et molini che sono dentro la città di Napoli, dal quale Di Giacomo estrae un’informazione preziosa, ossia la presenza di un Cerriglio piccolo e di Cerriglio grande che erano alimentati dalla medesima fontana. Triste annota che al tempo suo il Cerriglio che frequentava da ragazzo non esiste più, «la via larga e nuova del Rettifilo ha ingoiato il Cerriglio grande…il piccolo è murato», e nel suo excursus erudito e mai pedante il poeta riesce a rievocarlo non solo nella dimensione nostalgica dell’epoca sua, ma nella sua dimensione più squisitamente storica attraverso le parole di cronisti e letterati del Cinquecento e Seicento che lo descrivono ammirati.

Tra le specie di quercia più comuni nella nostra area mediterranea è sicuramente il leccio (Quercus ilex) già ampiamente raccontata in un precedente articolo. Che la quercia in questione da cui abbia preso spunto il nome della locanda Cerriglio sia il Cerro (Quercus cerris) potrebbe essere poco plausibile visto l’areale di distribuzione della pianta che è localizzato sì in Italia Centro-meridionale, ma in aree appenniniche più interne.
In napoletano l’albero della quercia viene definita con varie accezioni: Cercola o Cerqua o Cerza o ancora Cierzo. In effetti con il termine Cercola e i sinonimi sopra elencati, si definisce la quercia in generale che come caratteristiche fondamentali ha la forza e la solidità. La quercia è una pianta molto stabile che riesce a sopportare bene la furia dei venti, tanto che, ne L’Eneide di Virgilio Marone ntrasportata n’ottava rimma napoletana, Nicola Stigliola (1546-1623), riporta: “Comme quanno na cercola chiantuta / sfracassare se sforzano li viente.” Sembra anche che la quercia abbia il potere di fortificarsi alle intemperie e quindi assume anche il significato di colui che si fortifica quando si trova a passare periodi di avversità e contrasti, incursionibus solidatur diremmo continuando a usare la lingua del vate mantovano.
Cercola il comune in provincia di Napoli vi ricorda qualcosa? E sì. Sembra che il toponimo derivi proprio dal napoletano Cercola per la presenza di una grande quercia nelle sue prossimità, luogo di ristoro per contadini, viandanti, carrettieri visto che pare fosse posizionata su una delle vie che porta ai paesi vesuviani, tra cui il luogo dove si erge il santuario della Madonna dell’Arco.
Probabilmente il detto napoletano: “Na cercola ‘e femmena” potrebbe essere considerato politicamente scorretto ed essere annoverato come una frase da body shaming visto che serve ad indicare una donna grossa o gran pezzo di donna, ma si potrebbe anche leggere nella versione positiva come accade per proverbi simili riferiti agli uomini come: “Chillo e no cercolo d’ommo” riferito a persone sagge e di grande esperienza, o nel caso di “Essere comme a na cercola vecchia”, un uomo ben piantato.
Esempi di querce della Regione Campania si possono ammirare nei cataloghi degli Alberi Monumentali:
https://agricoltura.regione.campania.it/pubblicazioni/alberi_monumentali.html
https://agricoltura.regione.campania.it/pubblicazioni/alberi_monumentali_2.html
Il cerro (Quercus cerris) comunque è una specie di quercia molto diffusa in Italia, soprattutto nelle zone collinari e montane del Centro-Sud. È un albero imponente che può raggiungere i 30-35 metri di altezza e vivere per molti decenni. Ha un tronco robusto, una corteccia grigiastra e fessurata e una chioma ampia. Le sue foglie sono decidue, allungate e profondamente lobate. Come tutte le querce, produce le ghiande, che rappresentano un’importante fonte di nutrimento per numerosi animali. Questa specie è fondamentale per l’ecosistema perché offre rifugio a insetti, uccelli e piccoli mammiferi, protegge il terreno e contribuisce all’assorbimento dell’anidride carbonica. Il suo legno è stato utilizzato in passato per edilizia, pali e legna da ardere. Oggi è importante soprattutto per la biodiversità e la conservazione dei boschi.

Una reliquia poetica e magica. L’alloro della Tomba di Virgilio
Guarigioni prodigiose, grazie e forse anche un po’ di genio poetico prometteva l’alloro che secondo la tradizione germogliò spontaneo presso la presunta tomba del poeta Virgilio presso la quale leggiamo il celebre distico che il suo primo biografo, il grammatico Donato, giura che avrebbe pronunciato con le sue labbra:
«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Parthenope; cecini pascua, rura, duces»
Precise indicazioni bio-geografiche che ci informano della nascita mantovana, della morte avvenuta a Brindisi e della traslazione delle sue spoglie a Napoli secondo un suo preciso desiderio in punto di morte. Meta di pellegrinaggi di letterati e ammiratori, il luogo quasi metafisico sta a ridosso della stazione della metropolitana di Mergellina, a una manciata di metri dal caos cittadino, adagiato mollemente nel tufo della collina di Posillipo. Il Parco Vergiliano è un collettore di magia e archetipi, data la fama di mago che Virgilio assume nel medioevo napoletano e a cui la trecentesca Cronaca di Partenope attribuisce, tra gli altri prodigiosi incantesimi, quello impiegato per creare in una sola notte, grazie alla sua fidata schiera di demoni, il traforo della collina posillipina, in modo da mettere a servizio dei suoi “figli napoletani” un comodo passaggio da Mergellina alla zona Flegrea. Nasce in questo modo magico la Crypta neapolitana che dà nome quindi alle due aree terminali di questo stretto e orrido passaggio iniziatico e un tempo carrozzabile, Piedigrotta e Fuorigrotta, un luogo che richiederebbe ancora oggi l’intervento di mago e demoni al seguito perché possa essere finalmente restituito a pedoni contemporanei e magari anche a silenziose biciclette, ponendo fine alla sua chiusura più che centenaria. Il transito fu interdetto definitivamente nel 1917 e ad oggi, dopo innumerevoli inaugurazioni e passeggiate politiche infarcite di promesse di riaperture prossime, ogni napoletano che ne conosca la storia sa bene che credere nella magia è ben più realistico.
Proprio sopra la Crypta sorge isolato ed eletto il colombario romano che la tradizione, alimentata da un’amorosa fede per dirla come il Leopardi, ritiene essere la tomba del poeta-mago Virgilio, ancora oggi coronata dall’alloro simbolo della gloria della poesia che travalica le epoche.

Secondo la tradizione medievale, che poi è quella legata alla trasformazione della figura di Virgilio da vate a mago, fu Francesco Petrarca a piantare con le sue mani una pianta di lauro presso la tomba del poeta in occasione della sua visita al sacro luogo, avvenuta per sua espressa richiesta ad un cicerone d’eccezione, il re Roberto d’Angiò detto il Saggio nel lontano 1341.
Nei secoli successivi, tuttavia, il lauro diventa parte integrante dell’immaginario del luogo. Già nel Seicento Scipione Mazzella parla di un Parnasia laurus cresciuto spontaneamente sopra il sepolcro, mentre altre testimonianze raccontano che l’albero, anche quando veniva tagliato o sradicato, continuava miracolosamente a ricrescere. E così, visitatore dopo visitatore, l’alloro di Virgilio diviene una vera e propria reliquia perché tutti, aspiranti letterati e non, ne raccoglievano le foglie come ricordo della visita alla tomba del grande cantore di Roma, tanto che gli alberi venivano periodicamente sostituiti. Nell’Ottocento le guide dei viaggiatori stranieri a Napoli raccontano ancora la successione del lauro attribuito a Petrarca e di quelli rinnovato da ammiratori venuti in seguito. Più che la storia di un unico albero sopravvissuto per secoli, è dunque la storia di un simbolo continuamente rinnovato. In questo senso nella leggenda si nasconde una metafora affascinante, il poeta muore, ma dalla sua presunta tomba continua a germogliare la fama sua e di chi ama la poesia.
Nel corso della storia il Laurus nobilis l’alloro o lauro ha avuto sempre poteri magici, propiziatori, medicamentosi. Sarà forse dovuto alla sua divina origine. La leggenda narra che nell’Olimpo si sfidavano Apollo e Cupido a chi fosse il miglior arciere. Cupido colpisce al cuore Apollo e lo fa innamorare di Dafne figlia di Peneo divinità fluviale e ninfa dei boschi dedita alla dea Diana. Apollo insegue Dafne che chiede aiuto al padre. Nell’esatto momento in cui Apollo raggiunge e tocca Dafne la stessa si trasforma in una pianta di alloro. Apollo con il cuore infranto si dispera e dichiara: “se non mi puoi essere sposa sarai il mio albero”. A chi non viene in mente il complesso marmoreo del Bernini nella Galleria di Villa Borghese? Sotto il tocco di Apollo la ninfa si trasforma. Questa storia pare che commosse a tal punto le divinità dell’Olimpo che scelsero come vincitore proprio Apollo (https://www.collezionegalleriaborghese.it/autore/bernini-gian-lorenzo#&gid=1&pid=CV). L’alloro diventa simbolo di vittoria, di traguardo raggiunto: del resto un alto titolo di studi si chiama ‘laurea’ e al novello dottore/dottoressa si pone sul capo una corona di alloro.
La tradizione dei poteri magici della pianta in questione è arrivata fino ai giorni nostri. Ci sono, infatti, ancora contadini che bruciano foglie di alloro per sapere se il raccolto andrà bene o meno.
Ma ancora oggi l’alloro viene usato nella cucina tradizionale del sud Italia specialmente per piatti a base di carne di maiale, come il fegatino avvolto dalla foglia di lauro che viene ricordato nel detto napoletano: “Cuotto cu ‘a foglia ‘e lauro e ‘a curatella” , motto che acquisisce una più larga accezione indicando tutti i cibi di pregevole fattura.
Non di ultima importanza sono le proprietà curative attribuita alla nobile pianta. Aggiungere una foglia di lauro alla camomilla ne amplifica le proprietà lenitive e per ritornare all’antica Grecia le sacerdotesse di Apollo ne masticavano le foglie per sviluppare i poteri oracolari, non vi ricordano i popoli andini con le foglie di coca?
Il lauro, o alloro (Laurus nobilis), è una pianta sempreverde originaria dell’area mediterranea e molto diffusa in Italia. Può presentarsi come arbusto oppure come piccolo albero e raggiungere diversi metri di altezza. Ha foglie verdi, lucide, aromatiche e dalla forma allungata, che rimangono sulla pianta durante tutto l’anno. È una pianta dioica: sessi separati su piante separate, sono quindi solo i fiori femminili a produrre come frutto una drupa, piccola pallina scura in cui si trova un solo seme. Il lauro cresce bene in ambienti miti e soleggiati, ma può adattarsi anche alla mezz’ombra. È spesso coltivato nei giardini come pianta ornamentale e per formare siepi.

Una pianta, un detto napoletano e il bastone di un santo
Nello sfogliare il bel libro “‘A nave cammina e ‘a fava se coce” di Claudio Pennino, si rimane sempre più meravigliati come nella lingua napoletana le piante possono essere definite con un’intera frase. È il caso della Mazzarella ‘e San Giuseppe.
Nell’iconografia San Giuseppe è spesso accostato ad una pianta, solitamente ad un giglio, ma a Napoli con Mazzarella ‘e San Giuseppe si intende il Nerium oleandro, l’oleandro.
Da dove nasce questa denominazione? Tutto risale ai Vangeli apocrifi precisamente nella narrazione del matrimonio della Vergine Maria del Protovangelo di Giacomo, testo redatto probabilmente nel II secolo. Il Gran Sacerdote dovendo scegliere uno sposo per Maria chiese ai pretendenti di depositare le proprie verghe sull’altare. La leggenda narra che il bastone di Giuseppe immediatamente cominciò a germogliare. Il Gran Sacerdote credette di riconoscere in questo fenomeno un segno divino e senza indugio fece sposare Maria con Giuseppe.
Da nessuna parte viene detto del legno di quale pianta fosse fatto il bastone di San Giuseppe ma una leggenda medievale, e con essa l’iconografia del santo nella tradizione pittorica, rappresenta spesso il bastone di San Giuseppe con dei fiori bianchi simili a quelli dell’oleandro.
Sembra bizzarro però il fatto che questo fiore sia usato proprio per raccontare del matrimonio tra Maria e Giuseppe, circostanza in cui i fiori bianchi dovrebbero essere benauguranti, mentre l’oleandro spesso viene accostato all’antipatia e alla ritrosia in quanto con la sua resina velenosa riesce a tenere a distanza le altre piante. A voler ben cercare tra le tradizioni in effetti il Bastone di San Giuseppe viene associato anche ad un’altra pianta, pure se meno frequentemente, l’Edgeworthia chrysantha, un arbusto orientale noto perché fiorisce in inverno; ed è proprio per questa fioritura, in anticipo rispetto alla primavera in cui si festeggia San Giuseppe, con il suo tripudio di fiorellini gialli molto profumati inebriano l’aria, che è questo arbusto e stato denominato appunto Bastone di San Giuseppe.
Ma giungiamo ora alla questione più schiettamente napoletana per cui quando si ammonisce qualcuno per un atteggiamento fastidioso e in procinto di far perdere del tutto la pazienza anche a un santo si dice Non sfruculia’ ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe! La storia è quella di un castrato napoletano di nome Nicolino Grimaldi che nella sua casa di Chiaia, abbagliata dal sole della ridente e signorile riviera, il 19 marzo di ogni anno a partire dal 1721 accoglieva chiunque volesse venire a vedere il Bastone di San Giuseppe. La preziosissima reliquia gli era stata regalata addirittura dalla regina d’Inghilterra Anna Stuart che voleva così omaggiarlo per il suo talento canoro. Tuttavia quando Grimaldi esponeva il bastone alla venerazione dei fedeli, le persone entusiaste ed emozionate cercavano di toccarlo e talvolta riuscivano persino a staccarne delle schegge. Il solerte custode veneto di Nicolino esclamava di continuo nel suo idioma Non sfroliar!, cercando quindi di impedire che il sacro bastone venisse toccato e tormentato. Da questa vicenda sarebbe nato il modo di dire napoletano appunto Non sfruculia’ ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe, che significa, in sostanza, non provocare, non infastidire, non andare a cercarti guai. La reliquia passò poi alla Real Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi e fu trasferita definitivamente nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi nel 1795. Senza alcuna ambizione di toccare, ma soltanto per ammirare lo splendido bastone di San Giuseppe, oggi è possibile visitare la preziosa reliquia al Museo di San Giuseppe dei Nudi, situato nella amena e poco nota zona della Costigliola, la collina deliziosa che sta a ridosso del Museo Archeologico Nazionale. Lì si potrà osservare da vicino un dettaglio enigmatico: sul bastone ritorto e di legno scurissimo si distingue un piccolo scudo contenente una croce contornata da piccoli uccelli nei quattro spazi vuoti intorno ad essa, il tutto racchiuso da una forma triangolare. Si tratta dello stemma dei Carmelitani del Sussex, nell’Inghilterra del sud, che detennero la reliquia prima del suo definitivo viaggio a Napoli. E chissà nella isola britannica come ci era giunta, pare che la questione sia al vaglio degli studi che la Fondazione San Giuseppe dei Nudi sostiene e incentiva. Aspettiamo di venire a capo del mistero.

Il pino napoletano. Dall’anello del vescovo voglioso alla cartolina.
Avviciniamoci ora alla vicina e congestionata zona della Pignasecca dove ancora oggi è possibile immergersi nell’atmosfera caotica e festevole di un mercato napoletano. Il luogo è dei più vividi, la vita quotidiana sembra accedersi delle tinte più cariche mentre le orecchie si immergono nel frastuono delle voci dei venditori di fritture (quelle storiche) e di motorini che ingolfano la stretta strada che costeggia il grande ospedale dei Pellegrini. Una parte di questo luogo era un tempo nota come Biancomangiare e faceva parte dei possedimenti del nobile Fabrizio Pignatelli, un uomo pio e vicino alla causa dei più deboli che, morendo, lasciò i suoi beni a chi potesse occuparsi di aiutare il prossimo. Fu così che nel 15xx nacque l’Augustissima Arciconfraternita dei Pellegrini che fu all’origine del celebre ospedale che ancora oggi serve una parte nevralgica e della Napoli storica. Ad ogni modo fu forse proprio in quei giorni in cui nasceva l’ospedale che l’aspetto del luogo doveva essere alquanto diverso, al posto del traffico umano quello vegetale, una distesa di alberi di pino che allietava il passaggio dei pellegrini che imboccavano lo stretto vicolo proveniente dal Largo del Mercatello, oggi Piazza Dante, costeggiando la murazione esterna della città fino al pio ospizio destinato a ristorarli delle fatiche del viaggio o a curarli per qualche malessere sopraggiunto. La leggenda dice che numerose gazze popolavano la zona alberata e che si producevano in lestissime circonvoluzioni nelle poche case della zona attirate soprattutto da oggetti luccicanti. Una di esse rubò l’anello di un prelato che si intratteneva con una sua amante in una delle case del circondario e nascondendolo tra le fronde di uno degli alberi della pineta. Il religioso scomunicò tutta la specie con la promessa di pene severe in caso di mancata restituzione dell’anello e arrivò persino ad affiggere al tronco del pino la bolla di scomunica. Secondo una delle versioni più diffuse della storia dopo tre giorni il pino si secca. E non si secca soltanto il pino, l’intera pineta muore. Gli alberi si disseccano, le gazze scompaiono e quello che prima era un luogo verde diventa una distesa arida. Il pino diventa quindi la pigna secca. Secondo alcuni la Pignasecca è invece il nome dell’ultimo sopravvissuto alla trasformazione della zona, spianata nella prima metà del XVI sec., a seguito dei lavori per realizzare via Toledo e che fosse rimasto in piedi quindi un solo albero di Pino che di lì a poco seccò e diede il nome alla località.

Il legame che c’è tra l’albero del pino, per intenderci Pinus pinea ossia il Pino domestico, quello che ci dà i pinoli, e Napoli è veramente molto antico. La toponomastica storica registra anche il Largo delle Pigne, l’attuale Piazza Cavour, come altro luogo legatissimo a questa specie e dove pare ci fossero molti alberi di Pino. In napoletano i pini infatti vengono spesso definiti ‘e pigne.
Se nei luoghi sopra citati i Pini sono scomparsi definitivamente, altre zone di Napoli fino a pochi anni fa erano ombreggiate da Pini. La collina di Posillipo, presso il parco Virgiliano, ad esempio dove su entrambi i lati delle strade di via Manzoni e Viale Virgilio troneggiavano dei meravigliosi esemplari piantati in epoca fascista in memoria dei caduti della Grande Guerra. Purtroppo le piante si sono ammalate di cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis) e nel corso dell’ultimo decennio sono stati abbattuti. Saranno sostituiti da Lecci, Aceri e Platani.
Purtroppo non c’è più neanche il famosissimo Pino che ha incorniciato fino agli anni ’80 del secolo scorso il panorama di Napoli da via Minucio Felice, una breve stradina che unisce la chiesa convento di S. Antonio a Posillipo con via Orazio. Chi non ricorda cartoline e quadri! Secondo il giornalista scrittore Vittorio Paliotti (1930 –2023) il pino era in quel luogo almeno a partire dal 1860 visto che non compare nelle opere dei paesaggisti della Scuola di Posillipo. Riuscì a resistere fino al 1984, anno in cui fu abbattuto perché oramai malato e pericoloso, senza però essere sostituito.

I pini appartengono alle conifere, le piante gimnosperme che producono i coni da cui il nome. I coni o meglio strobili sono le strutture atte alla riproduzione di questa divisione botanica che non produce frutti come le angiosperme. La ghiandola pineale posta al centro del nostro cervello ha una forma simile alla pigna e gli scienziati pensarono di dargli questo nome. Si dice che questa sia il terzo occhio biologico. Per il filosofo Descartes pare fosse sede dell’anima.
Nel corso dei secoli la pigna è stata la principale rappresentate di simboli misteriosi ed è stata riportata in quasi tutte le forme d’arte e di architettura. Probabilmente la simbologia maggiormente accreditata è quella legata alla saggezza e forse proprio per questo l’architetto Antonio Niccolini le volle inserire nella facciata del Teatro di San Carlo.
Anche per quanto riguarda la tradizione cristiana il Pino trova il suo posto d’onore. La leggenda racconta che durante la fuga in Egitto della Sacra Famiglia per sfuggire alla Strage degli Innocenti, la Madonna con in braccio il bambino chiedesse asilo a tutte le piante, ma due diedero una risposta particolare. Una grossa pianta di lupini si rifiutò di nascondere i fuggiaschi e quindi fu condannata da Dio a dare frutti perennemente aspri; la seconda era un pino che appunto accolse la famiglia che riuscì a sfuggire agli inseguitori. Da quel momento i pinoli portano un ciuffetto di cinque peli che rappresenterebbero la mano del bambino Gesùe che viene appunto chiamata: la manina di Cristo. Altro dono sacro fu il profumo d’incenso della sua resina. Da questa leggenda prende spunto il detto napoletano: “Jì truvanno a Cristo dint’ ‘e lupine” (“Andare a cercare Cristo tra i lupini”) che equivale “Cercare un ago in un pagliaio”. Meno sicura che provenga da questa leggenda è la tradizione di bruciare le pigne nel periodo natalizio. Probabilmente la tradizione è giunta a noi grazie ai cunti, racconti orali, perché il fuoco dato dalle pigne riscalda gli spiriti e simboleggia luce, vita e solidarietà.
Per approfondire
Altamura, Antonio (a cura di). Cronaca di Partenope. Napoli: Società Editrice Napoletana, 1974.
Croce, Benedetto, “Un’osteria famosa di Napoli e una parola della lingua spagnuola”, Napoli nobilissima. Rivista di arte e di topografia napoletana, vol. XV (1906), pp. 159-160.
Di Giacomo, Salvatore. Taverne famose napoletane. Collana “Napoli tascabile”. Roma: Newton Compton Editori, 1995.
Hendrix, Harald La tomba di Virgilio nella cultura erudita e popolare. In H. Hendrix, Tombs of the poets: A cultural history of the poet’s grave (pp. 280–297). Oxford University Press (2018).
Mazzella, S., Parthenopoeia, o vero descrittione del Regno di Napoli. Napoli, 1654.
Paliotti, Vincenzo, Napoli sconosciuta. Roma: Newton Compton Editori, 1996.
Trapp, J. B. (1984). The grave of Vergil. Journal of the Warburg and Courtauld Institutes,1984, 47, 1–31.
Museo della Fondazione San Giuseppe dei Nudi, https://museo.sangiuseppedeinudi.org.
Claudio Pennino ‘A nave cammina e ‘a fava se coce Intra Moenia 2025
Salvatore Apuzzo Silvana Boschi Alberi Monumentali della Regione Campania Vol I e II link nell’articolo.
La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”
Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.