Luoghi e radici #06: i tropici e altri forestieri vegetali a Napoli

Barbara de Caprio e Pamela Palomba, 29 Luglio 2026

Napoli Rurale

La sesta puntata della rubrica “Luoghi e radici” racconta un tratto esotico della ‘natura’ neapolitana.

“Gli uomini sono come le piante, che non crescono mai felicemente se non sono ben coltivate.”  
Montesquieu

Esotismi della ‘natura’ neapolitana.

Si intende per esotismo il gusto delle cose che sono altro da noi, lo straniero, il forestiero, trasportando parte dei mondi a noi sconosciuti e geograficamente lontani all’interno del nostro spazio. Le ragioni di questa spinta in avanti, che sa di fuga dal qui e ora, nel Settecento trae linfa da motivazioni di carattere filosofico e talora salottiero: per sganciarsi dalla rigida etichetta definita dalle regole sociali dell’Ancien Régime o per la necessità di approfondire l’osservazione della società occidentale da un punto di vista esterno, ecco quindi materializzarsi viaggi intercontinentali nei più disparati campi della cultura. Questo nostro viaggio esotico vuol essere una riflessione anche su noi stessi e sui limiti del nostro sguardo che l’osservazione della natura può sempre contribuire a rendere meno angusto. Nelle sue Lettere persiane del 1721 Montesquieu assume il punto di vista di due persiani, i nobili Usbek e Rica in viaggio a Parigi, per far emergere un’immagine dell’occidente nascosta agli occidentali stessi, come a dire che solo attraverso lo sguardo dell’altro a volte riusciamo a vedere molte cose di noi stessi.

Laborde

Ad ogni modo il filosofo francese, attraverso una storia a incastro di carattere satirico ed esotico, ci presenta un interessante aneddoto botanico-politico in cui racconta di un re africano seduto su un pezzo di legno sotto la chioma di un grande albero. Dunque un semplice albero al posto del Palazzo Reale di Versailles e un misero pezzo di legno come trono su cui il capo tribù sta “fiero come se fosse stato seduto su quello del Gran Mogol”.  Questa volta gli osservatori sono due viaggiatori francesi a cui appare certamente ridicolo questo reuccio così convinto della sua grandezza, ma che non mostra alcuno sfarzo ai due viaggiatori, abituati del resto a ben altro sfoggio di potere e preziosità. Usando quindi l’altro come specchio, l’uso dell’essenzialità della natura e della distanza geografica consentono a Montesquieu di sgonfiare con la sua ironia la magniloquente presunzione di superiorità della politica occidentale, facendo così del relativismo culturale una feconda e originale risorsa filosofica e politica. In questo sistema, la natura diviene canone di verità contro l’artificio, un espediente filosofico potentissimo che si afferma con la sua sobria incontestabile grandezza. Insomma quell’albero dalla chioma maestosa e bellissima sovrasta con silenziosa possanza qualsiasi artificioso mondo, mentale o materiale, l’uomo elevi con presunzione e senza spirito di giustizia e raziocinio. Pare che Montesquieu abbia scritto, dopo il suo soggiorno napoletano nell’aprile del 1729, che Napoli si può conoscere in due minuti, mentre per Roma ci vorrebbero sei mesi. Che non si rizelino i napoletani a questo punto, potremmo fare la fine del re africano. Del resto il grande illuminista si riferiva forse alla forma urbana partenopea simile ad un caos manifesto, semplice da leggere e aperta alla vista, quando liquidava con questo aforisma una complessità di lettura che va oltre la “pelle urbanistica”.

Quindi, consci che non basta una vita per ‘visitare’ Napoli pur vivendoci, quasi come se allontanandoci fisicamente potessimo per l’appunto evadere dal caos febbrile della città, in una bella e caldissima giornata di aprile di trecento anni dopo il viaggio di Montesquieu, i nostri piedi ci conducono ai Ponti Rossi. Fuori dalla città ordinata, nella natura indisciplinata che ancora resiste frammentaria ai piedi della Reggia e del Real Bosco voluti dal sovrano illuminato Carlo di Borbone.

“Ed è lontana, lontana la rumorosa città” ci dice Matilde Serao ne La leggenda di Capodimonte. Saliamo dai Ponti Rossi per via Santa Maria ai Monti e ci troviamo nel convento omonimo, sistemato proprio sulle tre colline divise dai due valloni. I rumori della città arrivano ovattati, solo gli aerei che decollano e atterrano nel vicino aeroporto ci ricordano del frastuono della modernità. Non siamo le due viaggiatrici francesi delle Lettere persiane eppure lo vediamo: nel prato troneggia un meraviglioso ciliegio (Prunus avium) che, in questa primavera in cui siamo accompagnate a visitare il giardino del ritiro dei passionisti di Santa Maria ai Monti, è in fiore. Mentre conversiamo con il priore, uno spumeggiare di piccoli fiori bianchi che al primo alito di vento perdono i petali in una pioggia candida crea un tappeto nel prato sottostante. Restiamo incantate in silenzio per qualche istante e Padre Matteo ci racconta che da un paio d’anni non produce più tanti frutti. Ne segue un discorso sul riscaldamento climatico e sulle sue infauste conseguenze. I ciliegi che crescono sulle colline di Napoli si sposteranno forse più in alto alla ricerca della temperatura ideale?  Il viaggio del ciliegio però parte dall’Oriente, è un albero che pare sia stato portato dall’Asia Minore addirittura dal buongustaio Lucullo prendendolo dalla città di Kerasuscolonia greca sul Mar Nero. Vi ricorda niente? Le napoletane cerase conservano ancora oggi, nel nome, il ricordo di quel luogo d’origine.

Le ciliegie hanno un posto d’onore nella poesia e nella canzone napoletana. In ‘E sciucquaglie di E.A. Mario le ciliegie diventano monili che le ragazze innamorate appendono alle orecchie.

La particolare crescita dei frutti in piccoli gruppi le fa diventare le ciocche o le schiocche sia in accezione negativa come disgrazia, come descrive il drammaturgo Andrea Perrucci (1651-1704) in Lo zelo animato :

E le disgrazie comm’ a le ccerase

nun manna la fortuna,

Ca nne veneno ciento apprieso a una

sia nell’accezione positiva di amorevole e primaverile raccolta, come nella notissima canzone Era de Maggio del grande Salvatore Di Giacomo musicata da Mario Pasquale Costa:

Era de maggio e te cadeano nzino

a schiocche a schiocche li ccerase rosse

Anche il principe De Curtis, alias Totò, si cimenta nel paragonare le ciliegie nere, le curvine, agli occhi di una bella ragazza nella poesia Nun si’ na femmena:

Quanto so’ bbelle ‘sti manelle ‘e fata

quanto so’ bbelle ‘st’uocchie tuoie curvine”.

Ecco qui cosa ti combina una pianta esotica in una città stratificata e labirintica come Napoli, ma ci rendiamo conto che nel secolo dei lumi si sentiva la necessità di mettere le cose in ordine.

Siamo ai Tropici oppure a Napoli?

Ma restiamo ancora un poco in compagnia di padre Matteo che con pazienza e occhio esercitato al controllo dei progressi delle belle abitanti vegetali del giardino dei passionisti ci racconta di un misterioso fatto avvenuto proprio tra quelle verzure amene, al tempo in cui a Santa Maria ai Monti viveva la Congregazione dei Pii Operari, un consesso di religiosi il cui ordine fu fondato dal venerabile Carlo Carafa nel 1621, pochi anni dopo la posa della prima pietra della chiesa dedicata alla Vergine dei Monti da lui fatta erigere in questa zona boschiva e ritirata.

Mentre un giorno il maestro dei Novizi, Padre Costantino Russo, vigilava sui suoi novizi dal balconcino che immette sul giardino, si accorse che fra i due vi era un estraneo: tese l’orecchio per carpirne i discorsi, ma riuscì solo a sentire le parole Gesù, Amore, ingratitudine. Dunque scese subito in giardino per sorprendere i novizi e incontrarsi con lo sconosciuto… ma quale fu la meraviglia quando vide che il giovane era scomparso! Chiese allora a loro chi fosse e perché si erano intrattenuti a parlare con un estraneo e quelli gli risposero che non capivano il senso della domanda perché, dissero, erano sempre stati soli. Fu allora che Padre Russo capì che quel che Gesù aveva detto un giorno, dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono là in mezzo a loro, era accaduto visibilmente con i suoi novizi i quali stavano parlando infatti proprio di Lui. A ricordo di questo fatto fu eseguito nell’edicola in fondo al giardino un affresco, che sopravvive oggi in scoloriti frammenti, in cui si legge ancora molto bene,la scena di Gesù coi i novizi e la finestra del convento da cui si sporse il maestro.

Intanto, guardandoci intorno, scorgiamo altre piante da frutto: una faijoa originaria delle Brasile, un avocado (Persea americana) originaria del Centroamericae, per tornare all’altro capo del globo, due piante di kiwi (Actinidia chinensis)dalla Cina, un maschio e una femmina.

Siamo ai tropici o siamo a Napoli? Bella domanda! È pur vero che da quando si è cominciato a circumnavigare il pianeta, ma anche prima spingendoci verso est a piedi o di ritorno sulla Via della Seta, i nostri antenati hanno portato tanti semi o piantine che hanno trovato, senza parafrasi, terreno fertile qui nel bacino del Mediterraneo. Nobili, eccentrici, appassionati, studiosi hanno poi cominciato ad abbellire ed arricchire i propri giardini con essenze esotiche che crescevano, ma non sempre fruttificavano.

Oggi l’avocado che cresce nel giardino di Santa Maria ai Monti comincia a dare i suoi frutti. Frutti che hanno bisogno di temperature non al di sotto dei 4° e mai venti troppo forti che riducendo l’umidità interferiscono con l’impollinazione. L’avocado è una pianta assetata. Sembra che abbia bisogno di 70 litri d’acqua di falda al giorno, oltre pioggia e umidità naturale. Ma i suoi frutti sono sempre più ricercati perché ricchi di quei di grassi buoni, gli omega 3, che puliscono le nostre arterie dal colesterolo cattivo, inoltre è ricco di beta-carotene e molte vitamine C, E, K e ha più potassio delle banane.

Se prima li dovevamo importare dai cosiddetti paesi caldi, già da qualche anno questi frutti portentosi sono stati inseriti nelle coltivazioni di regioni come Sicilia e Calabria e ora anche qui in Campania. Adattamenti? Cambiamenti climatici? Gli scienziati sono impegnati nel dibattito e noi cambiamo pietanze sulle nostre tavole. Intanto annotiamo che la parola deriva dal termine «ahuacatl» della lingua azteca Nahuatl, che significa letteralmente «testicolo», sia per la forma, ma anche perché i frutti crescono a coppia.

L’esotismo dei Borbone: orientalismo e sincretismi presepiali

Come accennato prima, coltivare piante esotiche non è una stranezza del terzo millennio.  Sempre per rimanere nel Settecento e all’esotismo salottiero, non possiamo dimenticare di far cenno ai Borbone e alla loro particolare affezione per la coltivazione dell’ananas (Ananas comosus).

Se, per riprendere la nostra passeggiata nella zona dei Monti, ci spingiamo fino alla fine della stretta salita di campagna, ci troviamo alla Porta di Santa Maria ai Monti che dà accesso alla propaggine nord-orientale del Real Bosco di Capodimonte. Subito a destra dell’ingresso siamo nel Giardino Torre, una masseria che riforniva la corte della reggia con le sue primizie, dunque una Real Fruttiera che non mancava di coltivare anche specie esotiche, come ribes, lamponi e appunto ananas.

Quest’ultimo infatti si comincia a coltivare anche nel parco della ferdinandea Villa Floridiana al Vomero, dove troneggia in ferro battuto anche sul cancello d’ingresso di Via Cimarosa.

Gli ananas venivano fatti crescere in serra e sia a Capodimonte che in Floridiana queste serre esistono ancora, ma se a Capodimonte sono utilizzate, grazie alla recente valorizzazione dell’antica masseria, in Floridiana purtroppo sono in stato di pietoso abbandono.

Gli ananas sono stati coltivati all’inizio per abbellire i banchetti reali, anche perché simboleggiano ospitalità e accoglienza; solo successivamente si è cominciato a consumare il frutto. Detto di passaggio, per la verità, l’ananas non è un frutto ma un’infruttescenza: il sorosio prodotto dall’impollinazione di oltre 200 fiori. Il principio attivo, la bromelina è molto importante per il suo potere antinfiammatorio.

In tema di esotismi borbonici comunque non possiamo non ricordare la passione di Re Carlo per il presepe cui si applicava personalmente assieme alla real consorte Maria Amalia di Sassonia con la creazione di dettagli decorativi e della confezione dei vestiti dei pastori. Del resto nel XVIII secolo, il presepe si apre all’esotismo introducendo nel corteo dei Re Magi personaggi arabi, mongoli e africani, riccamente vestiti con sete e gioielli orientali, accompagnati da animali esotici come elefanti e cammelli. E quando si commissionavano i banchi di frutta per le scene del mercato o della taverna del presepe, veniva richiesto espressamente ai maestri artigiani di inserire miniature di ananas, per rappresentare un mondo che era lo specchio della capitale borbonica ricca e cosmopolita.

Dalle mense reali alle bancarelle presepiali l’ananas si insinua poi anche nel dialetto napoletano: “Avé rapesta pe nanassa” vuol dire farsi rifilare un prodotto scadente al posto di uno di buona qualità o anche ricevere rimproveri al posto di lodi, cosa che spesso capita a chi più si impegna ed meno è apprezzato. E ancora poi nella canzone di Salvatore Mazzocco e Umberto Martucci, Nanassa, si arriva a paragonare la dolcezza di una ragazza all’ananas, sopravanzando quella del babà, ben noto dolce napoletano.

Continuando a girare per Napoli, da un po’ di anni si incontrano piante di banano che fruttificano. Non poteva mancare un esemplare nel Real Orto Botanico sistemato ancora oggi nelle Serra delle piante utili nella varietà Musa x Paradisiaca.

Ecco un altro alieno che ha trovato casa da noi. Pianta originaria del Sud-est Asiatico le commestibili provengono principalmente da Musa acuminata e Musa balbisiana. Anche se arrivano fino a 6/7 mt. di altezza, i banani, così come i similissimi platani, sono piante erbacee. Le bacche commestibili sono prive di semi perché provengono da esemplari che si sviluppano per partenocarpia, cioè in assenza di fecondazione.

Portata dai Portoghesi in Africa e in America Latina dove hanno trovato terreno fertile, per molti queste piante sono originarie proprio di questi continenti. In effetti il termine banano, sicuramente più noto di Musa, pare derivi dalla parola africana wolof banaana, mentreMusapare derivi dall’arabo mawz appunto banana. La banana è un frutto climaterico così come le mela e il pomodoro, cioè continua la maturazione quando è staccata dalla pianta per la capacità di produrre etilene. Caratteristica conosciuta delle banane è il buon apporto di potassio, ma forse pochi sanno che naturalmente in tale sostanza vi troviamo anche una certa percentuale radioattiva, il Potassio-40. Gli usi culinari delle banane sono innumerevoli. In alcuni paesi si mangiano i fiori e i cuori teneri del tronco, se ne fanno confetture e spremute, si essicca e si cuoce in vari modi. In Africa dalla fermentazione si ottiene una bevanda alcolica il kasiksi.

Ma perché i banani e i Platani, alberi da viali, hanno lo stesso nome? Un po’ come per il Cedro conifera e il Cedro agrume, la coincidenza è puramente linguistica, infatti il Platanus orientalis deriva dal greco antico platys, che vuol dire piatto, mentre per il frutto il termine platano deriva dalla parola spagnola con cui in America latina indicano la banana: plátano.

Nell’elenco degli Alberi Monumentali stilato dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania rientrano alcuni esemplari di Platanus orientalis e uno di particolare importanza è certamente quello che si trova in prossimità della Fontana della Tazza di Porfido meglio nota come Fontana delle Paparelle, in Villa Comunale.

Il nome della fontana si spiega con l’impiego come vasca di una tazza di porfido di Paestum, proveniente dal Tempio di Nettuno e risalente alla metà del V secolo a.C., sottratta al Duomo di Salerno con gran fastidio dei salernitani.

Il nome della specie di platano, orientalis, ce ne indica naturalmente la provenienza, infatti la reale distribuzione va dal bacino orientale del Mediterraneo all’Afghanistan. L’esemplare qui citato pare che sia stato piantato in contemporanea alla messa in posa della fontana nel lontano 1825.

Al platano sono legate alcune leggende sia di tradizione cattolica che islamica. Nel primo racconto diventa protagonista dell’episodio biblico della tentazione di Eva da parte del serpente, che, riuscito nel suo intento, si nascose nella cavità di un platano. Quando Dio lo cercò nel Giardino dell’Eden, la pianta sedotta dal diavolo non ne rivelò la presenza, ma per punizione ricevette la desquamazione della corteccia come accade alla pelle dei serpenti. In Iran invece si ritiene che la foglia del platano, che in lingua locale si chiama Chenār, con la sua forma pentalobata ricordi una mano aperta che nella religione islamica assume un significato divino paragonandola ad una mano benedicente rivolta verso il cielo. E se più esotico del cielo non esiste nulla, ci ristoriamo dunque, dopo questa lunga passeggiata intorno al mondo, sulle panchine di piperno che circondano la Fontana delle paparelle della Villa Reale  di Chiaia, fatta realizzare da Ferdinando IV di Borbone tra il 1778 e il 1780 da Carlo Vanvitelli, ombreggiata oggi dai platani e deliziata dal brusio dell’acqua che zampilla quieta, senza le storiche paparelle.

Per approfondire

Montesquieu.,Papa, Vincenzo. Lettere persiane [Milano] Frassinelli, 1995

Pennino, Claudio. ’A nave cammina e ’a fava se coce : riferimenti botanici nella parlata napoletana. Napoli Intra Moenia, 2025

Palomba, Pamela., Garzia, Emanuele. FORMAL. Mapping Fountains over Time and Place. Mappare il movimento delle fontane monumentali nel tempo e nello spazio attraverso la geovisualizzazione. Milano: Università Cattolica del Sacro Cuore, 2020. DOI 10.6092/unibo/amsacta/6316.

Serao, Matilde. Leggende napoletane Napoli Coppola, 2021

Claudio Pennino ‘A nave cammina a fava se coce Intra Menia, 2025

https://agricoltura.regione.campania.it/foreste/monum/scheda_21.html

https://deliziereali.it/giardino-torre/

https://www.ortobotaniconapoli.it

https://nodegoat.net/usecase.p/372.m/47/formal-mapping-fountains-over-time-and-place

La rubrica “Luoghi e radici. Una trama di storia e natura”

Luoghi e radici è una rubrica a cura di Barbara de Caprio e Pamela Palomba dell’APS Locus Iste Luoghi e Memoria in cui esploreremo alcuni luoghi della città di Napoli osservandoli con una doppia lente. Scopriremo come la storia e la natura si intrecciano e si influenzano a vicenda, creando un tessuto unico e affascinante. Ogni puntata ci porterà a esplorare un monumento naturale in un angolo della nostra città, scoprendo le storie e le memorie che si nascondono dietro pietre, alberi e strade. Vedremo come la natura abbia plasmato la città e come la città abbia a sua volta influenzato la natura, creando un equilibrio delicato e in continua evoluzione. Benvenuti nel mondo di Luoghi e Radici, dove la storia e la natura si incontrano e si raccontano.

Barbara de Caprio è una naturalista. Si occupa di divulgazione e ricerca, miti, leggende e storie di luoghi naturali in ambito urbano e periurbano.
Pamela Palomba si occupa di conservazione dei beni culturali. E’ impegnata in attività di ricerca e divulgazione finalizzate al recupero della memoria dei luoghi storici della città di Napoli.

Napoli Rurale è un progetto finanziato dalla Regione Campania con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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